Unione Italiana

Unione Italiana

Qualche obiettivo politico per il futuro

Guadagnando un po’ di calma, è possibile soffermarsi finalmente a considerare un momento la situazione italiana nella sua globalità, lasciando perdere la tarantella che si muove dentro e fuori il Pdl.

Come insegna la saggezza antica di Socrate, è quanto mai importante conoscersi per capire cosa fare. Il sapere di sé, infatti, muove a intendere che cosa realmente serve, stimolando l’umiltà, vale a dire la retta comprensione della propria situazione. Ora, il nostro Paese non se la passa granché bene. In tanto perché veniamo da dieci anni di fissità politica che sono serviti a poco. Riflettendo sulla nostra storia, si può facilmente constatare che il male endemico nazionale è stato per decenni esattamente il contrario, cioè l’instabilità politica e il trasformismo. Un popolo laborioso e dotato di grandissime individualità, il quale tuttavia non riusciva mai ad esprimere governi che superassero la media dei due anni di vita.
 

La stanchezza del Paese

Questo paese è stanco: di inutili parole, di promesse non mantenute, di illusioni e di speranze, di uno spettacolo continuo, un varietà sempre uguale a se stesso, con attori scelti da un capocomico che ne stabilisce le parti e non consente nemmeno variazioni sul tema.

Il paese era stanco anche già nel ‘92, quando esplodeva tangentopoli, vista come il simbolo della corruzione e di un sistema che era diventato debole per mancanza di alternativa, di ricambio, di critica. Un sistema compromissorio, con comportamenti simili per il potere e la sua opposizione.

La democrazia è un sistema difficile da gestire, complesso nelle sue forme cui spesso non corrispondono i contenuti. Ed è anche un sistema stancante, che chiede l'impegno, sensibilità, responsabilità, sacrificio. La democrazia nasconde sempre l'illusione di se stessa, di essere al servizio del popolo tutto per il rito elettorale e non, come avviene, per gruppi di potere, piccole e grandi oligarchie, sindacati di interessi.

 

Un partito da votare senza "turarsi il naso"

Dialogo con Raimondo Fassa

Raimondo Fassa è nato a Busto Arsizio il 18 luglio 1959. Laureato a pieni voti alla Cattolica in filosofia (1981) ed in giurisprudenza (1987), è avvocato e docente di Politiche pubbliche dell’Unione Europea presso l’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali di Milano. Autore di numerose pubblicazioni nell’ambito della teoria generale della politica, non ha sdegnato l’impegno attivo: è stato infatti sindaco di Varese (1993-1997), deputato europeo (1994-1999) ed assessore alla cultura nella Città di Gallarate (2006-2008). In questo nostro primo incontro, ha espresso molte considerazioni in linea con le ragioni per cui è nata Unione Italiana. Riteniamo percio’ utile presentarle ai nostri lettori.

Lei recentissimamente è uscito dall’UDC, partito a cui era approdato qualche anno dopo essere stato uno degli uomini di punta della Lega. Ci vuol spiegare le ragioni di questo secondo “divorzio”?
Piu’ che di “divorzio”, direi che, in tutt’e due i casi, si è trattato di una “separazione consensuale”. Del resto era Winston Churchill a sostenere che “Bisogna essere disposti a cambiare partito, se si vuol rimanere della stessa idea”. Io sono rimasto lo stesso di sempre, sono Lega e UDC che non hanno saputo mantenere le loro promesse…

Si spieghi meglio.
Prendiamo il caso dell’UDC. Poteva essere una scelta interessante, dal momento che io continuo a ritenere che sia utile per l’Italia una “terza forza”, liberista e liberale ed ancorata a seri valori, alternativa a due formazioni omnibus che, come il Centro-Destra ed il Centro-Sinistra attuali (per quanto possono ancora valere le logore categorie di ‘Destra’ e di ‘Sinistra’ …), sono uniti solo dalla convenienza elettorale. Vinca l’uno o l’altro, poi, proprio per la loro variopinta composizione interna (che pateticamente cercano di negare…), entrambi gli schieramenti si sono rivelati incapaci di dare all’Italia le “grandi riforme” di cui  ha bisogno oggi piu’ che mai.
 

Torniamo a "tifare Milano"

All’ombra della Madonnina, Librandi incontra Rivera.

Chi tra gli italiani non ricorda il goal di Rivera contro la Germania Occidentale ai mondiali del Messico del 1970? Probabilmente solo chi non era allora ancora nato.

Proprio con il famoso «Golden Boy» del calcio - bandiera del Milan e pilastro della Nazionale negli anni Settanta e poi politico prima nell’Ulivo e poi recentemente nell’Udc - si è oggi incontrato all’ombra della Madonnina il Segretario Nazionale di «Unione Italiana» Gianfranco Librandi. Rivera, lo si ricorda, è Presidente «dell’Unione Movimenti Popolari», un’associazione politica nazionale autonomista e federalista, presente in molte regioni.

I due non hanno parlato di calcio (!) ma di questioni politiche. Fin dal 1987 Rivera ha un «palmares» di presenza politica istituzionale di alto livello ed è stato anche Sottosegretario di Stato alla Difesa per 5 anni.

Durante il colloquio è emersa un’ampia e profonda intesa tra i due movimenti.
   

Il Governo disattende gli impegni e getta la maschera (4)

4° parte: il fallimento del PDL e Lega. Verso una nuova classe politica.

Dopo aver analizzato la situazione economica e dell’occupazione, dopo aver constatato che la coalizione PDL + Lega Nord non è riuscita a perseguire gli impegni dichiarati (e mai rivisti o smentiti), dopo aver accennato all’urgente e imminente lavoro che bisogna avviare, ritorno sul punto sopra delineato, cioè chi può attuare questi processi per conto della pubblica amministrazione.

Il centrodestra, come dimostra questa manovra finanziaria, ha dovuto gettare la maschera e ammettere, seppure in modo soft, il fallimento degli obiettivi propagandati. Non credo che godrebbe più della fiducia della maggioranza degli italiani se domani si votasse. Uso, tuttavia, il condizionale poiché potrebbe comunque avere la maggioranza di voti per essere rieletto. In tal caso non sarebbe tanto per la solita favoletta propagandistica o per il marketing elettorale, quanto piuttosto per l’assenza di un’alternativa credibile.
   

Intercettazioni: una opinione fuori dal coro?

La vera grande questione politica dell’estate è certamente la discussione in Parlamento del disegno di legge sulle intercettazioni.
E’ un problema complesso, spinoso, che spesso è affrontato sull’onda della polemica corrente senza approfondire i risvolti etici che vi si nascondono. Benedetto Ippolito, ricercatore dell’Università di Roma Tre ed editorialista del Riformista, ha risposto ad alcune domande.


Professore, sul Riformista di oggi lei dice che Berlusconi ha perduto un’ennesima occasione politica. Può spiegarci in che senso?

La mia tesi è che Berlusconi ha disatteso molte promesse, ma ha realizzato in questi 8 anni di governo alcuni obiettivi importanti, tra cui la legge 40 e alcuni interventi a difesa della vita umana, come nel caso struggente di Eluana Englaro. Ovviamente, tali risultati sono stati alternati a iniziative volte solo a tutelare l’interesse personale.
La legge contro le intercettazioni, però, non è di questo tipo. Si tratta di dare un’interpretazione normativa ad una giusta esigenza di libertà altrimenti calpestata. Non è, insomma, una legge bavaglio, ma una legge a tutela della privacy.

Lei sostiene che in gioco vi è addirittura la libertà e l’eguaglianza. Può spiegare in che senso?
Guardi, la cosa è semplice. Vi sono delle libertà che rappresentano delle prerogative soltanto di pochi o di alcuni, mentre altre che sono veramente di tutti. Il diritto alla privacy è di quest’ultimo tipo, a differenza invece della libertà di stampa o di inchiesta. Ecco perché difendere un margine di impermeabilità del privato all’uso pubblico delle intercettazioni è un’importante battaglia a favore dell’eguaglianza.

   

Il Governo disattende gli impegni e getta la maschera (3)

3° parte: un milione e mezzo di posti di lavoro rimasti sulla carta. E ora?

La ripresa dello sviluppo economico dell’Italia non c’è stata, se non in modo veramente modesto, come sarebbe comunque successo con qualsiasi governo, di centrodestra, centrosinistra o tecnico.

La pressione fiscale non è  diminuita, anzi, in alcuni casi è addirittura aumentata. Le aliquote IRPEF sono sempre cinque e non tre come promesso e, cosa peggiore, con valori ancor ben al di sopra di quelli prefissati.

Il dato più preoccupante però, è quello relativo al mondo del lavoro.

Partiamo dalle premesse, anzi dalle promesse. E’stato raggiunto il tanto declamato “milione di nuovi posti di lavoro”? Anzi, per essere puntuali, sul cosiddetto “Contratto con gli italiani” proposto dal centrodestra nel 2001, al punto 4 sta scritto: “Dimezzamento dell'attuale tasso di disoccupazione con la creazione di almeno 1 milione e mezzo di posti di lavoro”.

Se vogliamo prendere seriamente questo “contratto”, come sembrerebbe, dal momento che la maggioranza degli italiani, come me, l’ha sottoscritto col proprio voto, dobbiamo anche prendere buona nota del fatto che esso è privo di clausole sospensive o risolutive. Vuol dire cioè che l’obiettivo sarà raggiunto senza “se” e senza “ma”; cascasse il mondo!

Qual è ora la situazione occupazionale?
   

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