Unione Italiana riaccende i motori

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Unione Italiana riaccende i motori !

Buon Anno con un programma politico

di Gianfranco Librandi

 

Il ventennio che abbiamo alle spalle tra luci e ombre.

Care amiche e cari amici di Unione italiana,

la vostra costante e convinta presenza in un momento politicamente complesso e difficile rafforza in me molte convinzioni ma in particolare una. Man mano che il tempo passa sono sempre più convinto che si allarghi e non si restringa uno spazio politico per il nostro movimento, sia a livello locale che a livello nazionale.

Una delle nostre caratteristiche fondamentali è che siamo gente di buon senso e  responsabile. Per questo, prima di fare qualsiasi proposta ci guardiamo intorno per capire cosa è stato fatto prima di noi nel bene e nel male. Siamo inflessibili nel giudicare le idee che riteniamo sbagliate, manteniamo comunque il rispetto delle persone che le hanno formulate, non esitiamo mai, neanche un attimo, nel riconoscere ciò che c’è di buono nelle proposte che non sono state pensate da noi. Non crediamo nelle proteste o nelle proposte che vanno sempre bene. Per chi ama questo modo di pensare e di agire politicamente non siamo l’interlocutore  giusto. Consigliamo di rivolgersi a quei movimenti qualunquisti e a quei leader per i quali i problemi reali sono qualcosa di cui ci si può disinteressare. Per tutto questo ci sono già Grillo e Casaleggio. Non ci sarebbe alcun bisogno di Unione Italiana.

Per tutto questo dobbiamo cominciare il nostro ragionamento partendo dal ventennio che abbiamo alle spalle e che presenta molte luci e altrettante ombre.

Partiamo dalle luci

La prima luce è l’abitudine degli elettori a scegliere tra programmi alternativi anche al di là delle divisioni ideologiche.

Gli elettori, molto di più di tempo fa, guardano ai programmi politici con attenzione. Sono diventati più attenti alle proposte concrete che vengono loro fatte. Se questo vale a livello nazionale ancora di più vale a livello locale. Certamente nelle scelte elettorali degli italiani i leader mantengono la loro centralità ma il programma conta e conta molto almeno a partire dal 1994.

La seconda luce è la coscienza diffusa di problemi che sono entrati stabilmente nel dibattito: finanza pubblica, sicurezza, immigrazione, welfare, corruzione, Unione Europea e dimensione internazionale dei problemi.

Il dibattito di questi anni, a volte magari sterile, improduttivo, ha comunque generato una maggiore coscienza diffusa dei cittadini sui problemi maggiori che dobbiamo affrontare. Certo, spesso è una coscienza superficiale, che si ferma alle sensazioni ma comunque c’è e costituisce un buon punto di partenza. Sta a noi saperlo sfruttare al meglio.

La terza luce è la consapevolezza della dimensione internazionale dei problemi economici e dell’importanza dell’Europa (Unione e Bce).

Non c’è italiano che non sia ampiamente consapevole della dimensione internazionale dei nostri problemi e dell’importanza dell’Europa. Chi non sa che i problemi di finanza pubblica e di immigrazione non sono risolvibili se non a livello comunitario? Chi non sa che l’Europa – comunque – nel bene e nel male rappresenta un limite alle politiche economiche e fiscali degli Stati? Chi non sa che senza una politica monetaria accorta a livello europeo sconteremmo gravi problemi di solidità finanziaria?

Questo bagaglio di consapevolezza e di coscienza così ampiamente diffusi rappresentano per gente come noi un patrimonio molto importante. Infatti, per chi come noi, vuole proporsi agli elettori con un programma serio, fattibile, utile e giusto ritiene che più gli elettori ne sanno meglio è. Non ci interessa sfruttare l’ignoranza degli elettori. Non ne abbiamo bisogno.

Ed ora vediamo le ombre che chiedono di essere schiarite.

La prima ombra, la più pesante, è rappresentata dal crescente distacco della gente, degli elettori, dalla politica. Il progressivo acutizzarsi del radicalismo di certi movimenti politici che pure riscuotono molti consensi non è coinciso con un aumento della partecipazione dei cittadini alla politica. Cosa vuol dire questo fatto? Perché è successo questo? Per un fatto molto semplice: più la protesta prevale sulla proposta, più i cittadini si allontanano dalla politica. Votano magari in massa coloro che protestano ma poi finiscono per non votare più. La protesta alle donne e gli uomini non basta. Per vivere occorre la proposta, il progetto, qualcuno che si incarichi di costruire il futuro oltre che di distruggere il presente e il passato.

La seconda ombra è il lungo, estenuante, ristagno dell’economia.

In Italia c’è un popolo di imprenditori e di lavoratori che attende la ripresa come gli ebrei nel deserto attendevano la manna dal cielo. Ma la ripresa non può venire da sola, va aiutata, sollecitata, incentivata ed oggi tutto questo non è fatto. O meglio è fatto con i discorsi ma non c’è Paese al mondo che si sia ripreso con i discorsi neanche se sono fatti con l’accento toscano.

La terza ombra è la povertà che cresce in questo Paese e si avvicina ormai ai 10 milioni di nostri concittadini che non ce la fanno neanche a raggiungere la soglia minima  di reddito che consenta loro di vivere una vita degna di questo nome. Evidentemente il nostro è un welfare da ripensare alla radice. Le buone intenzioni in questo campo non contano. Con la solidarietà sociale non si scherza e misura il grado di civiltà di un Paese. La validità di una politica sociale si misura dai risultati, non dall’ideologia che l’ha ispirata.

La quarta ombra è dal clima permanente di incertezza fiscale e normativa. Non si è riusciti in questi vent’anni a creare un quadro normativo e fiscale che dia quella tranquillità necessaria e indispensabile ai cittadini, ai contribuenti, ai lavoratori, ai pensionati, ai risparmiatori e agli imprenditori perché in un Paese si crei, si conservi e si sviluppino la ricchezza e il benessere. La legislazione emergenziale o tampone senza un progetto di lungo respiro alle spalle ha provocato tutto questo.

È insopportabile questa abitudine consolidata di fare leggi, provvedimenti e norme sempre all’ultimo momento utile. Accavallandole, producendone troppe e confuse tra loro. Leggi fatte senza un quadro di riferimento, senza un progetto complessivo, senza una visione d’insieme.

 

Unione italiana. Per unire chi. Per unire cosa.

Ci chiamiamo Unione italiana non per caso e non per una scelta di comodo più o meno retorica né, tanto meno, per la mancanza di un orizzonte ideale di riferimento. Ci chiamiamo così per una scelta meditata, matura e consapevole.

Questo nostro mondo e questo nostro Paese hanno bisogno di unione. Quando diciamo così non ci figuriamo un mondo melenso, fatto di persone senza colonna vertebrale e supini di fronte all’accadere degli eventi. Tutt’altro! Non ci immaginiamo il mondo dei buonisti.

Non si tratta di una visione utopica, è solo una visione realistica. O si fa così o, secondo noi, non si va da nessuna parte. Le diverse parti in una società possono anche discutere animatamente, fino ad arrivare a toni forti. E’ il sale della democrazia che ci hanno insegnato i maestri della democrazia da Locke a Tocqueville fino a Jefferson e i padri costituenti della nostra repubblica italiana. Ma chi fa politica, in modo responsabile e concreto come noi di Unione italiana, deve pensare ad unire, a ricomprendere tutte le parti, a formulare – in altri termini – un progetto politico nel quale l’unione dell’Italia e degli italiani sia al primo posto.

In un mondo dove Obama dichiara rivolgendosi ai cubani: “Siamo tutti americani” e Castro ringrazia lui e Papa Francesco  possiamo permetterci un Italia dove la prima parola d’ordine non sia Unione?

Chi e cosa c’è da unire, in Italia, che attualmente è diviso?

– C’è da unire chi rischia in proprio mettendo su un’impresa e chi a quell’impresa offre il suo lavoro perché quell’impresa funzioni. La divisione tra capitale e lavoro ha dominato tutta la storia del 900: da una parte chi metteva il capitale, dall’altra chi metteva la manodopera. Questa divisione è finita perché non è più possibile dividere ciò che nella realtà  è unito. Per noi imprenditori e lavoratori formano un fronte unico. Non sono due fronti contrapposti. Insieme, non divisi, creano la ricchezza di un paese.

– C’è da unire la finanza e l’economia reale. Non serve, anzi fa danno, una finanza che si distacca progressivamente dall’economia reale e vive in un mondo fragile e pericoloso, inutile e dannoso. Il ruolo della finanza è quello di favorire lo sviluppo dell’economia, non è quello di sganciarsi da essa per creare un mondo artificiale. Occorre ridare fiato all’economia attraverso un credito e una finanza che collaborino con chi rischia in proprio per creare sviluppo economico, e che non diano i soldi solo a chi li ha già.

– C’è da unire il diritto ad un ambiente sano col diritto allo sviluppo economico e produttivo. Non esiste la possibilità di un rapporto tra contrapposti fondamentalismi: economicistico e ambientalistico. L’uno non vive senza l’altro perché se vive senza l’altro procura disastri.

– C’è da unire chi ce la fa da solo e chi da solo non ce la fa. Così come non si possono contrapporre lavoro e capitale ugualmente non si può contrapporre quella parte del paese in grado di farcela da sola e quella parte di paese che, viceversa, da sola non ce la può fare. in altri termini non si può contrapporre politica economica ed industriale e politica sociale. La ricchezza, per essere redistribuita, deve essere prima creata.

– C’è da unire tutti coloro che rispettano la legalità qualunque sia il colore della loro pelle. Per fare questo occorre che le mele marce di tutte e due le parti siano assicurate alle patrie galere perché, altrimenti, soprattutto per gli immigrati, sarà sempre più difficile un’integrazione vera. Il rispetto della legalità non ha colore, è daltonico.

– C’è da unire il diritto alla sicurezza col diritto alla privacy. Anche in questo caso non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Occorre trovare un punto di equilibrio. Abbiamo diritto alla sicurezza e abbiamo diritto alla privacy. Siamo disposti a rinunciare ad una parte della nostra privacy se, e solo se questa rinuncia ci offre maggiore sicurezza, altrimenti no.

– C’è da unire, in sintesi, la politica con la gente. Questo si fa, secondo noi di Unione italiana, con programmi precisi, dicendo la verità, essendo disposti a confrontarsi sull’attuazione dei programmi e non in una gara continua di retorica fastidiosa e non producente. I cittadini si uniscono alla politica se vedono che chi accende in loro una speranza è capace, poi, di darle un seguito concreto.

 

Unione italiana. Un programma di cinque cose dovute agli italiani.

Proponendo le cose da fare, contenute nel nostro programma politico, non riteniamo di fare un regalo agli italiani ma di provare a fare ciò che è semplicemente dovuto agli italiani.

È con la concretezza che si batte chi vive politicamente sui drammi e sulla disperazione della gente. D’altra parte, però, anni di promesse fatue, di rimandi continui, di incertezze crescenti, di dibattiti tanto inconcludenti quanto feroci, di demonizzazione dell’avversario a scapito del dibattito sulle sue idee, hanno finito per favorire movimenti di protesta fine a se stessa. Ora è il tempo delle cose dovute. Vediamo quali.

1. Piano nazionale triennale di  tregua fiscale e normativa.

Da anni si promettono, senza mantenere nella stragrande maggioranza delle volte, riduzioni fiscali e semplificazioni normative. È arrivato il momento di una proposta seria, credibile e decisa. Occorre un triennio di tregua fiscale che significhi non un balzello in più, non un aumento in più, non una norma in più. Contemporaneamente  e parallelamente occorre una tregua legislativa e normativa. Non una legge in più che non semplifichi e non riduca altre leggi. Non una norma in più che non sia accompagnata da un reale disboscamento di norme simili. È tutto possibile, occorrono idee chiare e determinazione politica.

2. Piano pluriennale di riduzioni di spesa e di riduzione della pressione fiscale da concordare con L’Unione europea.

Come tutti gli italiani sanno l’Unione Europea richiede a noi, come agli altri stati membri, comportamenti in campo fiscale ed economico coerenti con i Trattati che abbiamo sottoscritto. È inutile girarci intorno: ad oggi un piano serio di riduzione della spesa e contemporanea riduzione della pressione fiscale, in sede europea, da parte dell’Italia, non è stato ancora presentato. Tutti sostengono la necessità di una riduzione della pressione fiscale. Nessuno ha il coraggio di un taglio radicale delle spese. L’Unione Europea e la Commissione hanno dimostrato a più riprese la disponibilità a prendere in considerazione piani ragionevoli di riduzione di spesa e tasse. Ugualmente non hanno preso in considerazione piani di riduzione che si ispirassero alla logica delle tre carte. O delle tre tavolette. Certo, nessuno regala nulla e certamente ci sono paesi che non ci amano, ma le idee chiare, i programmi credibili e la determinazione politica sono componenti essenziali della possibilità di successo in sede europea.

3. Piano di liberazione dai vincoli burocratici e dai pesi fiscali delle imprese che assumono.

Anche qui dobbiamo essere molto chiari. Il Jobs act contiene anche delle idee buone ma non è più tempo di andare avanti con provvedimenti compromissori, non radicali, e soprattutto che non tengano in conto ciò che gli imprenditori chiedono realmente per poter creare posti di lavoro. I posti di lavoro non li creano ne gli uffici studi, ne gli uffici ministeriali. Li creano gli imprenditori che da anni chiedono un provvedimento radicale di liberazione delle proprie imprese dai vincoli burocratici e fiscali. Si può pensare ad un provvedimento radicale? Secondo noi si.

4. Piano nazionale di risanamento e sviluppo delle periferie.

Lo sviluppo delle città, come ci insegna l’esperienza urbanistica delle metropoli europee più avanzate si fa in periferia. In Italia spesso, le periferie sono concepite come la discarica dell’umanità. Luoghi insicuri, non illuminati, non curati, senza attività e funzioni che consentano una vita sociale regolare, servizi che scarseggiano, assenza del minimo richiesto di decoro e arredo urbano. In pratica pezzi di città che non sono città. Il contrario di ciò che accade in città evolute nel contesto europeo dove le periferie si sono trasformate da ricettacolo di problemi a terreno di coltura di sviluppi urbanistici impensabili. Occorre che in fretta tutto questo venga fatto anche in Italia attraverso un piano di recupero delle periferie che segua anche le indicazioni del gruppo di lavoro delle periferie insediatosi in Senato e presieduto dal Senatore a vita Renzo Piano. Quel piano non deve rimanere lettera morta, si deve trasformare in un progetto concreto.

5. Piano nazionale su immigrazione e sicurezza. 

Anche in questo caso, da anni, si parla della necessità di un coordinamento a livello nazionale ed europeo per attuare politiche della sicurezza e del governo dei flussi migratori. Si è assistito ad innumerevoli stop and go. In questo campo, più che in altri, la politica dello stop and go è devastante perché alimenta nella coscienza dei cittadini la sensazione che si sia di fronte a qualcosa di ingovernabile. Non è così. E anche in questo caso esperienze di altri paesi, come ad esempio dell’Inghilterra, ci dicono che è possibile e fattibile. Nel concreto occorre: stabilire quote nazionali, controllare e verificare il perseguimento della cittadinanza italiana rendendone il percorso chiaro e non farraginoso, stabilire un piano di emersione dell’illegalità e di relativa repressione e bonifica di zone degradate del paese, stabilire infine un piano di priorità per quanto riguarda la sicurezza dei cittadini a partire, come dicevamo sopra, dalle periferie. Tutto questo rappresenta una faccia della medaglia, l’altra è rappresentata di un’azione di comunicazione sulle realtà positive che contraddistinguono anche in Italia il fenomeno migratorio: le imprese guidate da cittadini stranieri costituiscono l’8,2 per cento di tutte le imprese presenti in Italia, producono l’11 per cento del PIL , pari a circa 200 miliardi, e versano all’INPS 12 miliardi all’anno . Una ricchezza per l’Italia e gli Italiani che dobbiamo saper riconoscere e valorizzare

 

Unione italiana. Il nostro sogno per l’Italia.

Se dovessi sintetizzare il nostro sogno lo farei in questo modo.

Noi di Unione italiana vogliamo:

aiutare a correre chi oggi cammina: si tratta di chi in questo paese crea la ricchezza e che potrebbe crearne molta di più, che potrebbe iniziare a correre e non limitarsi a camminare solo se qualcuno gli togliesse i bastoni dalle ruote.

Noi di Unione italiana vogliamo :

aiutare a camminare  chi sta fermo: si tratta di coloro che involontariamente non riescono a trovare lavoro, sono fermi e questo è un male per loro, per le loro famiglie e per la società, è un male che l’Italia non si può permettere data la sua tradizione di imprese e di lavoratori, di artigiani e commercianti, di agricoltori e di professionisti.

Noi di Unione italiana vogliamo:

aiutare a rialzarsi chi è caduto: si tratta di coloro che hanno incontrato problemi nella loro vita, di salute, economici, finanziari, familiari, di sicurezza e che per questi problemi, per i quali lo Stato dovrebbe essere loro vicino, non riescono a rialzarsi, affondano sempre di più e non vedono una via d’uscita. Tutte queste sono energie sprecate che la nostra Italia bella, produttiva e solidale non può permettersi di sprecare.

 

Noi di Unione italiana vogliamo:

aiutare coloro che da soli non ce la faranno mai: si tratta di coloro che per un destino della vita sono nati o si sono trovati in una situazione per la quale non hanno le possibilità normali che sono state regalate agli altri. Le persone che non ce la faranno mai da sole per noi di Unione italiana sono una priorità assoluta. Le risorse e i servizi per le persone non autosufficienti devono essere maggiori, certi, gestiti non burocraticamente ma con il calore che è loro dovuto.

 

Unione italiana. Fare politica con il coraggio delle generazioni.

Care amiche e cari amici mi piace concludere questo breve indirizzo di saluto per il Nuovo Anno  prendendo a prestito un’espressione di un grande italiano, Carlo Rosselli, nato nel 1899 e morto, a soli 38 anni, nel 1937 in Francia, per mano di assassini legati al regime fascista. È il padre italiano del socialismo liberale, un socialismo che aveva abbandonato il marxismo e aveva aderito al laburismo inglese. Socialista perché attento alle ragioni dei più deboli, liberale perchè attento alle ragioni della libertà di tutti i cittadini. Egli sosteneva che per fare le riforme che servono agli Stati, dopo anni di crisi, non occorrono ne il coraggio dei giorni, ne il coraggio delle settimane, ne il coraggio di un anno. Occorre il coraggio delle generazioni. Occorre, cioè, il coraggio di formulare programmi che non mirino alla raccolta di un consenso immediato ma alla raccolta di un consenso basato sulla ragione e sulla credibilità delle proposte. Anche oggi, anche nella società della comunicazione, un consenso di questo tipo più essere duraturo e può assicurare alle forze politiche il tempo necessario per portare a compimento le riforme promesse.

Grazie e buon Anno a tutti

 

Gianfranco Librandi
Segretario di Unione Italiana

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