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Il Governo disattende gli impegni e getta la maschera (1)

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1° parte: lo sviluppo economico non c’è ed arriva la manovra in stile centrosinistra.

Sono certo che anche voi ricorderete queste promesse: “Meno tasse per tutti”, “Un milione di nuovi posti di lavoro”. Promesse addirittura sottoscritte in modo più articolato in un teatrale “Contratto con gli italiani”.

Probabilmente molti di voi avranno fatto la mia stessa “scelta di campo” quando il centrodestra ci pose di fronte questa valutazione: “dobbiamo scegliere tra il declino a cui ci portano, ci hanno portati e ci porteranno le sinistre, e lo sviluppo”.

Io scelsi lo sviluppo. O perlomeno è quello che credevo, in buona fede, di aver fatto col mio voto e col mio sostegno.

Dal 2001 ho atteso speranzoso (o illuso?) qualche segnale di sviluppo, di abbassamento fiscale, di cambiamento sostanziale. E’ stata un’attesa lunga ma non negligente, bensì ho tenuto sott’occhio l’evolversi della situazione come un guardiano. Un guardiano sempre più indipendente, lontano dalla propaganda dei partiti e attento all’oggettività dei fatti e all’affidabilità, seppur fredda, dei numeri.

Proprio la forza dei numeri ha costretto il PDL, quel PDL in cui riponevo tante speranze, a gettare la maschera.

Dopo anni in cui il governo ha sempre sostenuto, con una nota di allegria, che la situazione economica italiana non era compromessa come quella degli altri stati occidentali, nonostante la crisi globale, ha improvvisamente dovuto fare dietrofront ed annunciare ai cittadini una manovra di 24 miliardi di Euro, per scongiurare il rischio di cadere nelle stesse condizioni della Grecia.

Il fatto è veramente impressionante. Fino a pochi giorni prima, il 24 Maggio scorso per l’esattezza, il nostro esecutivo riusciva a “vendere” una propaganda di stabilità economica, nonostante che il PIL si fosse ridotto nel 2009 di più che in Francia, Spagna e Gran Bretagna (sebbene nel primo trimestre 2010 si sia registrata un’avanzata dell’Italia con un +0,5% del PIL, ma al contempo l’indebitamento netto delle AP in rapporto ai dati grezzi del Pil si è ridotto di 0,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2009: rispettivamente 8,7% e 9,2%) e pur avendo un alto deficit di bilancio e il più elevato debito pubblico d’Europa.

La capacità di persuasione dei nostri governanti è davvero eccezionale, occorre ammetterlo, tanto che persino il FMI, in quella stessa data, forniva una valutazione positiva sulla solidità dei conti pubblici dell’Italia. Sui comunicati emessi recentemente dal FMI sono stati anche commessi errori di comunicazione, come ammesso dagli stessi rappresentanti, ma non ha ora importanza dilungarsi su questo episodio.

Il problema è che gli italiani sono chiamati nuovamente a sopportare sacrifici per far fronte ad una manovra che dovrebbe portare il disavanzo in linea con il trattato che disciplina la zona Euro e calmare i mercati preoccupati per il carico del debito del 116% del PIL; il più alto dei 16 paesi in cui è in vigore l'Euro, un valore vicinissimo a quello rilevato alla fine degli anni '90.

Il provvedimento predisposto dal governo, invero, non contiene un esplicito aumento della tassazione, ma tagli drastici. I più colpiti saranno i dipendenti del settore pubblico. Un bersaglio non casuale ma, oserei dire, frutto di un pensiero machiavellico: la maggior parte dei lavoratori pubblici vota per il centrosinistra, quindi meglio scontentare chi già ti è ostile, piuttosto che deludere i propri elettori.

Fino a quando, tuttavia, gli elettori del centrodestra non resteranno delusi?

I tagli colpiscono pure altre categorie, fra cui anche le forze dell’ordine, e soprattutto si concentrano sui trasferimenti agli enti locali, tanto da sollevare malcontento anche fra sindaci e presidenti di Regioni eletti nelle fila del PDL o della Lega. Alla faccia del tanto proclamato federalismo …

In termini pratici, questo vuol dire meno risorse per strade, infrastrutture, sanità, cultura, assistenza, ricerca, ecc. E’ vero perciò che il governo non mette le mani in tasca agli italiani perché non aumenta le tasse, ma per essere precisi fino in fondo e proseguendo nella metafora è altrettanto vero che non mette le mani in tasca perché, a seguito di questi pesanti tagli, ci toglie prima i pantaloni.

Al di fuori della figura retorica, questo vuol dire che si compromettono le basi per lo sviluppo.

I sacrifici che ora ci attendono sarebbero accettabili con un animo più confortato, se sapessimo che questi sono funzionali ad una ripresa economica. La criticità risiede nel fatto che questa manovra è una misura d’emergenza per evitare un default dei conti dello Stato.

In un’intervista rilasciata a “The Economist”, Tito Boeri, un professore di economia dell’Università Bocconi, commenta che senza uno stretto controllo sui prestiti alle autorità locali, il bilancio rischia di essere trasferito a una nuova generazione di debiti dal centro alla periferia. E prosegue Francesco Giavazzi, un altro professore della Bocconi: "ciò che preoccupa i mercati non è il deficit dei prossimi anni, tanto quanto le prospettive di medio periodo." Questo significa che la manovra va letta nella misura in cui favorisce i tagli alle spese rispetto agli aumenti delle tasse, il che potrebbe aiutare la crescita. Ma pochi dei tagli previsti sono strutturali e per governo che dichiara di essere a favore del mercato, ciò significa aver di nuovo sprecato la possibilità di utilizzare la legislazione per aumentare gli incentivi, promuovere una maggiore concorrenza e stimolare la produttività.

Altro che una scelta di campo per lo sviluppo!

La manovra propinataci dalla maggioranza del PDL e Lega Nord non solo non è coerente con una politica di rilancio economico, ma è del tutto analoga ai provvedimenti imposti in passato sia dal centrosinistra, sia dal “Pentapartito”  della prima Repubblica.

Qual è dunque la differenza concreta fra centrodestra e centrosinistra?

Il ministro Giulio Tremonti è pure una persona di competenza e che s’impegna seriamente ma, francamente, queste misure non si differenziano molto da analoghi interventi dei suoi predecessori, quali Tommaso Padoa Schioppa, Vincenzo Visco, Rino Formica. 


Magnuss

in archivio:

1° parte: lo sviluppo economico non c’è ed arriva la manovra in stile centrosinistra.

2° parte: più tasse per tutti.
3° parte: un milione e mezzo di posti di lavoro rimasti sulla carta. E ora?
4° parte: il fallimento del PDL e Lega. Verso una nuova classe politica.

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