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Il Governo disattende gli impegni e getta la maschera (3)

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3° parte: un milione e mezzo di posti di lavoro rimasti sulla carta. E ora?

La ripresa dello sviluppo economico dell’Italia non c’è stata, se non in modo veramente modesto, come sarebbe comunque successo con qualsiasi governo, di centrodestra, centrosinistra o tecnico.

La pressione fiscale non è  diminuita, anzi, in alcuni casi è addirittura aumentata. Le aliquote IRPEF sono sempre cinque e non tre come promesso e, cosa peggiore, con valori ancor ben al di sopra di quelli prefissati.

Il dato più preoccupante però, è quello relativo al mondo del lavoro.

Partiamo dalle premesse, anzi dalle promesse. E’stato raggiunto il tanto declamato “milione di nuovi posti di lavoro”? Anzi, per essere puntuali, sul cosiddetto “Contratto con gli italiani” proposto dal centrodestra nel 2001, al punto 4 sta scritto: “Dimezzamento dell'attuale tasso di disoccupazione con la creazione di almeno 1 milione e mezzo di posti di lavoro”.

Se vogliamo prendere seriamente questo “contratto”, come sembrerebbe, dal momento che la maggioranza degli italiani, come me, l’ha sottoscritto col proprio voto, dobbiamo anche prendere buona nota del fatto che esso è privo di clausole sospensive o risolutive. Vuol dire cioè che l’obiettivo sarà raggiunto senza “se” e senza “ma”; cascasse il mondo!

Qual è ora la situazione occupazionale?

Ebbene, l’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica) sostiene che nel 2009, per il secondo anno consecutivo, in Italia sono aumentati i disoccupati del 15%, pari a 253 mila unità, arrivando a quasi due milioni e il trend, stando ai dati dei primi tre mesi del 2010, e' in crescita.

E, infatti, in Italia, mai così male dal 2001. Il tasso di disoccupazione ad Aprile 2010 ha raggiunto l'8,9%, secondo la stima provvisoria dell'ISTAT. Il dato più allarmante è la disoccupazione giovanile: nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni raggiunge il 29,5%. La stessa ISTAT sottolinea che si tratta del dato più alto dal 2004, cioè da quando esistono le serie storiche mensili.

Ogni commento in merito alla gravità di questa condizione è superfluo. Anche chi non mastica di economia può capire o perlomeno intuire, quali tristi prospettive si schiudono. Si pensi al tenore di vita, alla produttività, alla competitività, allo sviluppo, ma anche al welfare ed al futuro pensionistico, considerando che attualmente è basato sul sistema contributivo, per cui se non si lavora non si possono versare contributi e questo (oltre a quanto determinato da un calcolo basato su un coefficiente di conversione dipendente dall’età e dal PIL) inficerà parecchio sul risultato delle prestazioni.

Inutile piangersi addosso. E ora, che fare?

C’è molto, moltissimo da fare. Al più presto. A dire il vero, imprese, lavoratori, banche e sindacati il loro dovere lo stanno già facendo e si sono rimboccate le maniche.
Quello che manca è l’apporto legislativo, incentivante e strategico da parte del governo. E, a dire il vero, quest’azione andrebbe esercitata in buona parte anche dall’autorità europea.

Nel quadro globale odierno la classica teoria economica liberista non basta più. Questo non vuol dire assolutamente che sia fallita, bensì occorre completarla con un altro soggetto importante: lo Stato, il quale ha una nuova funzione nelle politiche economiche.

L’intervento dello Stato non è da pensare come pianificatore dell’economia e della società. Nulla di questo. Il suo nuovo ruolo è quello di una sorta di impresa di staff e supporto per le imprese. Per Stato, in questo caso, non si deve immaginare esclusivamente il governo centrale nazionale, piuttosto al concetto di pubblica amministrazione, con le sue strutture diffuse sia verticalmente per funzioni, sia orizzontalmente sul territorio.

Per spiegarmi ricorrerei ad un esempio credo lampante, seppur approssimativo. Avete presente quando una grande industria, come la FIAT, attraverso un momento di crisi? Allora il suo CDA, con le rappresentanze sindacali s’incontrano con gli esponenti del governo e all’occorrenza anche con  le autorità di Regione, Provincia e Comune. Insieme si cerca di capire quali supporti la pubblica amministrazione può offrire, sia in termini d’incentivi economici, sia in termini di agevolazioni fiscali, sia in termini di regolamentazione, sia in provvedimenti per la tutela dei lavoratori, ecc. Questo processo permette di cambiare le condizioni e riattivare lo sviluppo.

Ecco, questo processo oggi non è più da considerarsi come un episodio eccezionale riservato alle grandi industrie, ma dovrà divenire una funzione “normale” della Pubblica Amministrazione per tutto il sistema produttivo nazionale, comprese le piccole imprese.

Si tratta certamente di un’operazione di vasta portata, dove c’è tanto da lavorare, ma l’alternativa è il declino. Negli Stati Uniti questo approccio è già cominciato.
L’attuale governo PDL e Lega Nord invece cosa combina verso le imprese? Una novità  mai sentita prima: la lotta all’evasione.

Chiarisco subito che è un atto di giustizia imprescindibile quello di perseguire e sanzionare gli evasori. Ne sono convito al punto che mi scandalizzo quando questo viene annunciato come un provvedimento straordinario, giusto ogni volta che i conti pubblici non quadrano. Dovrebbe essere un’attività costante. E’ come ribadire che da domani si multerà l’automobilista che passa col semaforo rosso …

Il tema è come si fa e cosa s’intende per lotta all’evasione. Se questo è il solito metodo sbrigativo del governo per fare “cassa”, con le già note tattiche, tipo quella di aspettare il cliente che esce dal bar sprovvisto di scontrino o eseguire massacranti verifiche nelle imprese (e specialmente della Padania) per trovare l’errore di calcolo o la firma apposta sul modulo sbagliato, allora non ci siamo. Al contrario, questo sarà un disincentivo per le imprese più ligie che preferiranno chiudere i battenti.

Certo che questo annuncio poi non ce lo saremmo proprio mai aspettati da questo governo. Basti ricordare il già citato filmato su You Tube alla voce: “moralmente autorizzato ad evadere le tasse”. E’ addirittura imbarazzante.

Un altro fattore cruciale e quasi del tutto ignorato per la crescita economica è quello dell’incremento demografico, in altre parole, invertire la tendenza attuale della denatalità.

Una colpa, colpa grave di PDL e Lega Nord è appunto quella di non aver mai pensato ad una seria politica per la famiglia. La famiglia, infatti, non è solo un elemento costitutivo della società, ma è anche a tutti gli effetti un soggetto, anzi il soggetto precipuo, del sistema economico. Su questo, però, occorrerebbe aprire un apposito capitolo. Mi sia concesso di farlo in altra occasione.

Magnuss

in archivio:
1° parte: lo sviluppo economico non c’è ed arriva la manovra in stile centrosinistra.
2° parte: più tasse per tutti

3° parte: un milione e mezzo di posti di lavoro rimasti sulla carta. E ora?
4° parte: il fallimento del PDL e Lega. Verso una nuova classe politica.

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