Dialogo con Raimondo Fassa
Raimondo Fassa è nato a Busto Arsizio il 18 luglio 1959. Laureato a pieni voti alla Cattolica in filosofia (1981) ed in giurisprudenza (1987), è avvocato e docente di Politiche pubbliche dell’Unione Europea presso l’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali di Milano. Autore di numerose pubblicazioni nell’ambito della teoria generale della politica, non ha sdegnato l’impegno attivo: è stato infatti sindaco di Varese (1993-1997), deputato europeo (1994-1999) ed assessore alla cultura nella Città di Gallarate (2006-2008). In questo nostro primo incontro, ha espresso molte considerazioni in linea con le ragioni per cui è nata Unione Italiana. Riteniamo percio’ utile presentarle ai nostri lettori.Lei recentissimamente è uscito dall’UDC, partito a cui era approdato qualche anno dopo essere stato uno degli uomini di punta della Lega. Ci vuol spiegare le ragioni di questo secondo “divorzio”?
Piu’ che di “divorzio”, direi che, in tutt’e due i casi, si è trattato di una “separazione consensuale”. Del resto era Winston Churchill a sostenere che “Bisogna essere disposti a cambiare partito, se si vuol rimanere della stessa idea”. Io sono rimasto lo stesso di sempre, sono Lega e UDC che non hanno saputo mantenere le loro promesse…
Si spieghi meglio.
Prendiamo il caso dell’UDC. Poteva essere una scelta interessante, dal momento che io continuo a ritenere che sia utile per l’Italia una “terza forza”, liberista e liberale ed ancorata a seri valori, alternativa a due formazioni omnibus che, come il Centro-Destra ed il Centro-Sinistra attuali (per quanto possono ancora valere le logore categorie di ‘Destra’ e di ‘Sinistra’ …), sono uniti solo dalla convenienza elettorale. Vinca l’uno o l’altro, poi, proprio per la loro variopinta composizione interna (che pateticamente cercano di negare…), entrambi gli schieramenti si sono rivelati incapaci di dare all’Italia le “grandi riforme” di cui ha bisogno oggi piu’ che mai.
E se ne va proprio adesso, che Casini ha da tempo abbandonato il Centro-Destra per abbracciare la strada neo-centrista?
Il problema è che, oggi come oggi, un partito “di centro” dovrebbe sforzarsi di essere non “centrista”, ma “centrale” …
Sembra di sentire De Mita: “centrale”… “centrista” … Che differenza c’è?
“Centrista” è il partito che cerca di “tenere i piedi in due scarpe”, sfruttando le convenienze elettorali, e questo è stato proprio il caso dell’UDC. Quando Casini decise di “andare da solo” non lo fece per sua scelta personale, ma solo perché Berlusconi non gli consentiva di allearsi con il PDL mantenendo il proprio simbolo e le proprie liste, come invece aveva consentito di fare alla Lega. Poi, alle regionali, da qualche parte s’è andati col Centro-Destra, da altre con il Centro-Sinistra, e da altre da soli, finendo col creare una gran confusione fra i nostri elettori, e persino fra i nostri militanti … E i risultati elettorali sono li’ a dimostrarlo!
“Centrale” è invece il partito che ha il coraggio di andare solo ovunque, anche a rischio di rinunziare a molte poltrone, e che a poco a poco - con scelte nette, chiare, coerenti e coraggiose - conquista gli elettori delusi dell’una e dell’altra parte. Solo cosi’ si puo’ ambire ad essere non il puro e semplice “centro”, ma il vero e proprio “baricentro” della politica. Ma in casa UDC mi sembra che ci sia ben poca gente abituata, prima ancora che disposta, a soffrire…
Lei quindi accusa Casini di scarsa determinazione?
Non precisamente. Io credo piuttosto che, al pari di molti altri leader di partito, in realtà abbia le mani legate.
“Mani legate” in che senso?
Vede, il crollo della cosiddetta “prima Repubblica” è stato contrassegnato da quello dei partiti che ne costituivano la “costituzione materiale”. A quelle organizzazioni fortemente strutturate si sono venuti sostituendo non dei veri e propri partiti, ma dei “comitati elettorali”.
Mi spiego.
Molti politicanti di prima Repubblica erano, per dir cosi’, rimasti “senza casa”. Peraltro, essi desideravano ardentemente rimanere in politica, anche perché in molti casi da quest’ultima traevano i mezzi di sussistenza per sé e per larga parte del proprio seguito. E allora, che cosa hanno fatto? Si sono messi sotto l’“ombrello atomico” di un simbolo fornito di appeal presso l’elettorato, e cosi’ … si sono garantiti la rielezione!
Ma, nello stesso tempo, son rimasti “proprietari” dei loro voti, pronti in ogni momento a “cambiare cavallo” e a dirottarli altrove, se per caso il simbolo sotto la cui “protezione” si sono messi o rischia di perdere consenso o, piu’ semplicemente, mostra di volere adottare scelte che ledano gli interessi loro o delle loro clientele.
Puo’ farci qualche esempio concreto?
Certo! Il caso piu’ lampante è quello di Berlusconi. Si è mai chiesto come mai Berlusconi ha fatto abbandonare a Forza Italia l’originario stile di “partito liberale di massa”, per trasformarlo in un enorme ricettacolo di socialisti e di democristiani di terza o quarta fila ai tempi della DC e del PSI “veri”?
Perché ha capito che, se voleva vincere le elezioni, doveva “fare incetta” dei loro voti. Il problema è che, una volta vinte le elezioni, ne è rimasto prigioniero: Berlusconi difatti sa benissimo che le schiere di “partitanti” che lo sostengono sarebbero prontissime ad abbandonarlo se solo egli mostrasse di intaccare gli interessi corporativi di cui essi sono portatori.
Ecco perché, pur con una maggioranza parlamentare schiacciante, non è riuscito sino ad oggi a “portare a casa” altre riforme che quelle idonee a soddisfare gli interessi personali suoi. Quelle i suoi accoliti non glie le negano di sicuro, a condizione, pero’, che siano garantiti i loro. Ecco perché Tremonti fa tanta fatica… Berlusconi insomma è tutt’altro che il “decisore” che millanta di essere: è solo il “mediatore” degli interessi di piu’ “gruppi corporati” … tanto da impiegare quasi tre mesi per sostituire un ministro in una posizione-chiave!
E l’UDC?
L’UDC è malamente distribuita sul territorio nazionale. E’ abbastanza forte nel Sud, soprattutto in Sicilia, mentre è assai debole al Nord, specie in questa fascia pedemontana dove la Lega la fa da padrona: qui in Provincia di Varese è costituito per lo piu’ da “nostalgici” democristiani i quali, in nome della conservazione di alcune (poche) posizioni di potere personali, si sono “messi al riparo” di alcuni uomini del PDL (quelli, per intenderci, della cosiddetta “ala liberale”), di fatto trasformando l’UDC varesino in una sorta di “protettorato politico”.
Ecco perché gli elettori, benché delusi dai due “grandi blocchi”, si rifiutano di votarlo …
Protettorato politico?
Si’. Ed è presto spiegato. La Lega farebbe volentieri a meno dell’UDC, il PDL no. Specie là dove la Lega minaccia di “andare da sola”, anche lo striminzito 4% dell’UDC in queste zone puo’ “tornar buono” al PDL. Percio’ il PDL impone alla Lega la presenza di uomini dell’UDC in alcuni Enti di governo e di sottogoverno del territorio, ottenendone in cambio il perfetto “allineamento” sulle sue posizioni. Questo peraltro impedisce all’UDC di adottare scelte politiche autonome, e quindi di ampliare la propria base elettorale, sfruttando appieno le proprie potenzialità.
Quindi Lei ritiene che ci sia ancora spazio per una forza “centrale”?
Ne son convinto oggi piu’ che mai, solo che si abbia il coraggio di volerla costruire.
Ed in che modo?
Prima di tutto, adottando - e soprattutto attuando - un motto: “Poche cose, fatte bene!”. In altri termini, i cittadini sono arcistufi di “grandi sparate” ideologiche (dal viscerale “anticomunismo” berlusconiano al vago “federalismo” di cui la Lega si riempie la bocca senza mai precisarne i connotati). Gli elettori, purtroppo per loro, han problemi ben piu’ seri di quelli dei loro “rappresentanti” nelle istituzioni. Si è mai chiesto come mai tanti trentenni, laureati bene, non trovino altro che lavori precari, o addirittura vivano ancora a carico dei genitori o dei nonni pensionati? Forse perché sono tutti - com’ebbe infelicemente a dire l’allora ministro Padoa Schioppa - dei “bamboccioni”? O forse è perché non hanno la fortuna di essere (a differenza di quelli di molti politici e di ancor piu’ cattedratici) “figli d’arte”?
Ora, moltissimi di questi giovani disoccupati o sottooccupati appartengono proprio a quella piccola-media borghesia (oggi in via di proletarizzazione) che da sempre costituisce il nerbo dell’elettorato. Ora, un partito che proponesse un serio programma di sostegno all’occupazione (e, primariamente, all’“uscita di casa”, ad esempio per il tramite di un congruo “salario di ingresso”) dei giovani, e che avesse il coraggio di sostenerlo contro tutto e contro tutti (ed in particolare di tutte quelle categorie privilegiate che drenano le risorse comuni a profitto proprio, e a scapito soprattutto dei giovani), credo proprio che dall’elettorato sarebbe premiato. Certo, avrebbe nemiche molte corporazioni numericamente minoritarie (che peraltro han piu’ facile udienza presso i media), ma sarebbe sostenuto da un sacco di cittadini “non rappresentati” da nessuno.
La questione economica, insomma, è importantissima anche per Lei.
Si’, ma con un temperamento che nessun partito adotta oggi. Che consiste nel ricondurre l’economia alla sua originaria funzione di ‘strumento’, e non di ‘scopo’.
Anche qui mi spiego. Oggi il problema fondamentale di tutte le forze politiche sembra essere il governo dell’economia: cosa assai singolare - sia consentito il dirlo per inciso - oggi che tutti si considerano “liberali”… L’illusione, tipicamente economicistica, è che, una volta risolte le questioni economiche, tutto il resto si risolverà anch’esso, come per magia. Ma non è affatto cosi’…
Perché?
Provi a fare un giro in una di quelle maxilibrerie che vanno tanto di moda oggi. Troverà metri e metri di bancali gremiti di libri dal titolo Come vivere felici, Come avere successo nella vita, Come vincere l’ansia, la depressione, lo stress … e questi libri si vendono a quintalate! La ragione è assai semplice: il singolo individuo si sente solo, perseguitato, impotente, di fronte ad una vita sempre piu’ gravida di insicurezze e di precarietà.
Esiste, insomma, quella che potremmo chiamare una “nuova domanda di felicità”, che va ben al di là dell’incremento del PIL o della lotta all’inflazione. In nome di questa domanda di felicità, pero’, la dimensione del ‘cittadino’ si riduce sempre di piu’: l’uomo si rinchiude in se stesso, nel suo piccolo mondo, si disaffeziona alla cosa pubblica, ha sempre maggiore sfiducia nella politica e nei politici (di cui il piu’ delle volte ha la stessa considerazione che i contadini cinesi avevano … delle cavallette!).
Invece la prassi della politica racchiude in sé una straordinaria dimensione di socialità, che è una delle componenti essenziali della felicità. Ed è questa socialità che un partito nuovo dovrebbe cercare di recuperare: un partito che favorisse il libero dibattito interno, il confronto delle idee, il gusto dell’amichevole polemica …
Secondo Lei Unione Italiana potrebbe candidarsi a svolgere questo ruolo?
Unione Italiana mi sembra che nasca con un disegno semplice e ambizioso: quello di offrire agli Italiani uno strumento politico diverso dal PDL. Da questo punto di vista l’idea è azzeccata: il PDL sta implodendo schiacciato dal proprio stesso peso … e bisogna pure che ci sia qualcuno disposto a raccoglierne l’eredità! L’importante sarà evitare alcuni errori …
Errori del tipo?
Voltiamo la risposta in positivo.
Unione Italiana (a differenza del PDL) dovrebbe:
- recuperare l’identità di partito liberale di massa, evitando ogni tentazione neostatalistica;
- sollevare la “questione morale” e non lasciarla appannaggio esclusivo del Centro-Sinistra, per giunta nelle sue fasce piu’ demagogiche;
- candidare solo ed esclusivamente persone che possano dimostrare di aver vissuto, anche dopo il loro ingresso in politica, del proprio lavoro (per umile che esso sia…), e non di “prebende” piu’ o meno direttamente riconducibili al potere;
- evitare di confondere gli interessi di un’azienda (e addirittura quelli di una persona) con quelli generali del Paese;
- affrontare direttamente e schiettamente (anche a costo di esser considerato “di sinistra”) tematiche ineludibili come le nuove povertà, l’immigrazione, la convivenza delle culture, senza incentivare nessuno all’odio ed all’intolleranza;
- approcciare il problema della sicurezza in modo non meramente repressivo, ma preventivo;
- sostenere sul serio la ricerca scientifica, premessa di quell’innovazione tecnologica che sola puo’ consentirci di reggere alle sfide imposte dal mercato globale;
- tutelare e valorizzare efficacemente il patrimonio culturale, storico, artistico e paesaggistico italiano, evitando di sacrificare questo bene preziosissimo agli interessi di pochi palazzinari;
- disincentivare l’anti europeismo “strisciante”.
Soltanto in questo modo gli Italiani potranno votare un partito che davvero li rappresenti senza doversi, montanellianamente, “turare il naso”!
di Andrea Margutti













