Guadagnando un po’ di calma, è possibile soffermarsi finalmente a considerare un momento la situazione italiana nella sua globalità, lasciando perdere la tarantella che si muove dentro e fuori il Pdl.
Come insegna la saggezza antica di Socrate, è quanto mai importante conoscersi per capire cosa fare. Il sapere di sé, infatti, muove a intendere che cosa realmente serve, stimolando l’umiltà, vale a dire la retta comprensione della propria situazione. Ora, il nostro Paese non se la passa granché bene. In tanto perché veniamo da dieci anni di fissità politica che sono serviti a poco. Riflettendo sulla nostra storia, si può facilmente constatare che il male endemico nazionale è stato per decenni esattamente il contrario, cioè l’instabilità politica e il trasformismo. Un popolo laborioso e dotato di grandissime individualità, il quale tuttavia non riusciva mai ad esprimere governi che superassero la media dei due anni di vita.Paradossalmente, oggi è tutto l’opposto. Ci troviamo davanti un sistema politico che contempla al suo interno una possibile alternanza, fatto impensabile durante la Guerra fredda, senza che ciò implichi dinamismo, elasticità e movimento. La politica è passata da essere inconcludente e frazionata in mille interessi ad essere trincerata e accentrata attorno ad un solo uomo, Silvio Berlusconi. Attualmente, o si è pro o si è contro il Cavaliere, punto e fine.
Orbene, da questa banale considerazione emerge subito un primo obiettivo di massima per il futuro. E cioè andare verso un superamento del fragile anche se netto dualismo vigente. Quando sarà possibile non decidere più le appartenenze sulla base di tale unico parametro, allora vi sarà un’apertura di prospettive che a tutt’oggi sono ancora impensabili, una specie di accelerazione dei mutamenti.
Saremo pronti a gestirli?
Una politica non più segnata in positivo o in negativo dal berlusconismo ha, di fatto, già in sé un’idea di futuro. A questa nuova Italia serviranno però alcune dotazioni di base. La prima sarà una classe dirigente non caratterizzata dal modello precedente e non funzionale alla leadership suddetta. Quindi, un’Italia diversa dal parametro “furbo, sveglio, ricco e senza cultura”, ma anche dal suo opposto “gianduia, addormentato, popolano e intellettualista”.
Lavorare nella direzione di acquisire un livello dirigenziale europeo, vuol dire insomma non lasciarsi sedurre da vecchi volti e dalle antiche reliquie umane, nonché dalle opere di maquillage. Vuol dire creare una classe politica professionista. In un Paese serio nessuno scende o sale al potere.
E’ la vocazione politica che sceglie i suoi uomini e le sue donne, per il bene di tutti, non la nomenclatura o l’esperienza secolare. Non sono i nuovi legalisti che ci permetteranno di uscire dal tunnel, e neanche le consorterie localistiche. Sarà il ritorno ad una politica di tipo culturale, vale a dire conoscitiva, propositiva, di ampia visione prospettica ed estremamente pragmatica. In definitiva, nuova politica, nuove generazioni, nuovo futuro: questa è la ricetta.
Inoltre, anche la struttura economica della Penisola dovrà inevitabilmente mutare. Oggi domina la piccola e media impresa, patrimonio genetico costitutivo della mentalità nostrana. Domani si dovrà andare verso una modificazione di questo assetto che, tuttavia, conservi la preziosa ricchezza della sua base sociale. Rafforzamento, dunque, della famiglia come soggetto sociale ed imprenditoriale e fusione delle piccole imprese in cooperazioni più ampie, maggiormente idonee a resistere ai mercati e ad imporsi nella concorrenza internazionale. E’ chiaro che non si può generalizzare, ma così com’è la piccola impresa deve tramontare, perché non ha futuro. Sennò vi sarà unicamente il declino di tutta la nazione. Globalizzazione e mercati mondiali non permettono più di far respirare aziende troppo piccole e senza continuità generazionale. Le nostre devono arrivare a standard mondiali, partendo da ciò che sono. Devono, pertanto, associarsi e crescere, oppure morire.
Non fare i conservatori, ma guardare al futuro dell’economia, questo dovrebbe essere un punto forte di un programma politico che guarda avanti. Un progetto difficile anche solo da pensare.
Oltre un’elastica riforma industriale, vi è però anche un ultimo essenziale livello di analisi che riguarda l’equilibrio dei poteri e la riforma della Costituzione. I venti anni trascorsi ci hanno consegnato un Paese lacerato da conflitti, bloccato da contenziosi, sfibrato dalle lotte di casta tra i poteri istituzionali. Esecutivo, legislativo, giudiziario sono divenute tre aree separate di governo, tre stati autonomi, indipendenti e conflittuali. Ferma restando l’ossatura principale, la legge fondamentale dello Stato deve procedere verso una revisione, la quale non punti tanto a rafforzare l’esecutivo, indebolendo il giudiziario e il legislativo, o viceversa, ma a valorizzare seriamente tutti e tre i poteri, distinti e separati ma convergenti, dando dinamicità e funzionalità al meccanismo democratico.Più che una riforma costituzionale di tipo politico, servirà un’equilibratura strutturale della politica di tipo costituzionale, tale da trascinare i singoli poteri nel loro insieme verso l’unità dell’interesse nazionale, mezzo indispensabile per giungere forti in Europa e nel mondo.
Quante cose da fare! Occorre, appunto per questo, mettersi subito a lavoro. In piena e totale autonomia, però. Bisogna, infatti, essere molto forti e liberi per essere profetici e riformatori. Altrimenti si resta immersi nella melma.Benedetto Ippolito













