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La «generazione Y» e la crisi economica

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«Se comunichi con gli amici attraverso Facebook, guardi i video su YouTube, scarichi musica da Internet, mandi più di cinque sms al giorno, hai un blog e stai già esplorando il mondo di Twitter, hai molte probabilità di appartenere alla “generazione Y”».

Con questa etichetta i sociologi definiscono i giovani nati tra gli anni Ottanta e il 2001, abili con le nuove tecnologie, che hanno visto cadere le Torri Gemelle, ma non hanno vissuto la minaccia della guerra fredda e sono cresciuti in una società multi-culturale.


Questa generazione sta procurando qualche grattacapo ai pubblicitari e ai media, perché crede più alle opinioni e ai trend che si creano nella web community che agli spot televisivi. Non è un target facile neppure per i datori di lavoro, perché non cerca il posto fisso e odia le gerarchie. [...] E’ chiaro che la crisi ha cambiato un po’ la situazione, perché per molti la sfida è diventata quella di entrare nel mondo del lavoro.

Per gli investitori, la “generazione Y” sta diventando un boccone piuttosto ghiotto. Un esempio? Il sorpasso di Facebook su Google in termini di click nella settimana che si è conclusa il 13 marzo (dati sugli Stati Uniti pubblicati dal Financial Times).

«Il motore di ricerca più conosciuto al mondo è stato scavalcato in meno di un anno dal social network, il cui uso è aumentato di oltre l’80% nel mondo».

[...] Sono protagonisti anche i “nonni” (la cosiddetta Golden Age) della “generazione Y”, perché la popolazione sta invecchiando (il tasso di fertilità diminuisce e si vive più a lungo). La prima conseguenza è l’aumento dei pensionati rispetto ai lavoratori, con riflessi pesanti sui sistemi previdenziali e quindi sui conti pubblici, ma anche sulla crescita economica, che può essere frenata da una forza lavoro più ridotta.

«Tanto i “nonni” quanto i “nipoti” rappresentano nuove linee di business per le industrie alimentari, farmaceutiche, del tempo libero, del lusso e dell’hi-tech».

La crisi economica non è affatto alle spalle
(Apcom) - Migliaia di aziende sono ferme o in difficoltà, le multinazionali vogliono abbandonare l’Italia, finora sono state autorizzate un miliardo e 200mila ore di cassa integrazione e i lavoratori interessati vivono con meno di 750 euro al mese, le vertenze in atto non offrono sbocchi credibili e a rischiare il posto sono circa 28mila lavoratori.

Al ministro dell'Economia, Giulio Tremonti la Cgil ha ieri chiesto di «chiudere la fase dei rinvii e di passare a quella del varo dei provvedimenti concreti». Sul fronte del lavoro, la prima cosa da fare, secondo la Cgil, è "fermare i licenziamenti".

In sostanza bisogna «garantire la prosecuzione ed il prolungamento degli ammortizzatori sociali, incrementare il reddito per i lavoratori in cassa integrazione, aumentare l'indennità di disoccupazione, estendere le tutele ai precari, sono le misure più urgenti da assumere.

Ma, poi, serve una nuova politica industriale. Non è possibile assistere passivamente - sottolinea il sindacato - alla riduzione così drastica del peso dell'industria nel nostro Paese. L'Italia rischia di collocarsi ai margini dello sviluppo europeo e mondiale. Bisogna difendere quello che c'è, dalla grande alla piccola industria, facendo ripartire i consumi e gli investimenti».

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