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L’eterno ritorno delle riforme istituzionali

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E’ piuttosto chiaro che dopo la semi vittoria delle amministrative l’obiettivo di Berlusconi sia procedere nei prossimi tre anni alle riforme istituzionali. Non si può certo dire che la questione sia nuova, e neanche credere che verranno realizzate veramente delle riforme per il solo fatto di essere tanto agognate ed enunciate.

L’attuale situazione politica, però, segnala dei punti di ottimismo, non solo nella maggioranza.

Il rafforzamento della Lega presuppone che qualcosa sia concesso dal sistema politico al Carroccio. E nel caso specifico la riforma federale non sarebbe la peggiore delle richieste da adempiere con serietà. Soprattutto un forte decentramento dei poteri renderebbe legittimo e perfino necessario il presidenzialismo. La logica sarebbe quella di rafforzare il locale e il centrale al contempo.

A rimanere sacrificato resterebbe così soltanto il Parlamento. Tutto sommato, tra le priorità di Bossi e Berlusconi non sembra esserci la sensibilità per la centralità bicamerale dell’organo legislativo. Ciò per una serie di ragioni. Non da ultimo il fatto che gli elettori di centrodestra in genere tendono a privilegiare la concretezza e l’efficienza della politica, considerando il meccanismo parlamentare un mostro pletorico e barocco.

Quindi, soddisfare il Pdl e la Lega significherebbe fare delle riforme presidenzialiste e federaliste, rinvigorendo la base e il vertice dello Stato a vantaggio dei cittadini e a danno del Parlamento.

Certo, alcuni inconvenienti in questo progetto potrebbero esserci.

In tanto perché la nostra struttura costituzionale è parlamentare non soltanto dal punto di vista della forma di governo, ma nella sua ossatura fondamentale. Si può dire che il parlamentarismo è conseguenza dell’idea di Repubblica contemplata nella Costituzione e in vigore dal ‘48. Adattare così federalismo e semi presidenzialismo alla francese all’anima pluralista della nostra democrazia non è cosa semplice. Si rischiano bocciature plateali e anche popolari, come avvenuto in occasione del referendum sulla precedente proposta di riforma. 

Inoltre, c’è anche un problema concettuale. Siamo veramente sicuri che presidenzialismo, sia pure alla francese, e federalismo insieme, sia pure all’italiana, semplifichino e rendano più efficiente il nostro sistema politico?

Io penso di no. E la ragione principale riposa nel fatto che la politica presenta nella nostra società un’esigenza di pluralismo che difficilmente potrebbe essere rappresentata da forti autonomie locali e da una leadership personale unica di livello centrale. Anche se l’eccessivo parlamentarismo ha prodotto in Italia il trasformismo come conseguenza logica di un eccesso di complicazioni e distinzioni, è quanto mai vero che il carattere parlamentare finisce per calzare perfettamente allo stivale e alle esigenze di libertà degli italiani. Un popolo di commissari tecnici si stanca subito di un presidentissimo unico e assoluto.

Anzi, un sistema democratico fondato su un parlamentarismo forte ed efficiente, con una buona legge elettorale, una distinzione funzionale delle camere e una drastica riduzione dei deputati, permetterebbe una rappresentatività maggiore degli ideali e degli interessi molteplici presenti nella società rispetto al solo federalismo e al solo presidenzialismo. Non confondere l’efficienza del sistema alla validità dei suoi presupposti è una buona linea guida.

Questo perché il federalismo, fondamentale a livello regionale, provinciale e comunale, può divenire nefasto a livello nazionale. Privilegiando l’omogeneità territoriale si rischia di soffocare il dibattito d’idee, oggi imprescindibile e non ancora avviato, sul destino nazionale ed internazionale del Paese. Il centralismo personale del presidente tende a rafforzare, invece, un’unità senza mediazioni politiche sufficienti, non alimentando di sicuro il dibattito d’idee.

Per contro, la vera soluzione, a mio parere, è quello di un forte ed efficiente parlamentarismo, unito ad una maggiore rilevanza federale dello Stato. In breve, parlamentarismo e federalismo, e non federalismo e presidenzialismo.

Noi siamo una nazione la cui forza è, al contrario della Francia, il dinamismo della varietà, con tutti i rischi e le potenzialità che ne conseguono. Spegnere il dinamismo nel locale e nel presidenziale significa uccidere la vitalità culturale ed economica del Paese. Invece, maggiore coesione sociale può derivare soltanto da una maggiore partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica.

Speriamo, alla fine di tutto, che in questi tre anni che verranno emerga una vera discussione profonda sulle molte possibilità che si possono perseguire e sulle strade che si vogliono intraprendere. Non escludendo a priori neanche la risoluzione più ardita, ossia quella più drastica ed efficiente, ma anche più pericolosa: l’assemblea costituente.

Benedetto Ippolito
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