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Tra i due litiganti nessuno gode

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Ormai il rapporto politico tra Berlusconi e Fini è alla separazione in casa. Non è facile dire oggi se da questa situazione verrà fuori un divorzio vero e proprio. Prima, certamente, dovrà esserci una resa dei conti. E non sarà facile per nessuno dei due.

In fondo, Silvio e Gianfranco in sé sono perfettamente complementari. Come D’Alema e Veltroni. Mentre Berlusconi è il leader acchiappa voti, Fini è l’uomo delle strategie e della politica vera. Perfetti, dunque, l’uno per l’altro. Ma difficili da tenere uniti insieme. Di fatto, quindi, totalmente inconciliabili.

A pensarci bene non è che questo conflitto sia un’assoluta novità. Stando alla metafora matrimoniale, purtroppo così simile spesse volte a questa faticosa manfrina, possiamo dire che la nascita del Pdl fu il tentativo di salvare un rapporto già in declino, comprando insieme una casa. Niente è risolto con l’acquisto, ma per un certo tempo si quietano gli animi.

Il conflitto conosciuto da tutti adesso è diventato, invece, un problema vero. Un grave problema politico per il centrodestra. Il più grave dal 1994.

Non si può dire, guardando alla storia, che litigare di per sé non funzioni a carpire il consenso. Anzi, è regola generale che quando due partiti si uniscono prendono meno di quando sono separati. Repubblicani e Liberali per anni hanno tentato invano la fusione. Alla fine hanno preferito allearsi, quando era possibile, dopo le elezioni, perché separati andavano meglio al voto.

Bene. Venendo al Pdl, non sembra che questa resa dei conti tra Berlusconi e Fini porterà un aumento di capitale elettorale. Anche perché il Pdl ne ha già molto. E il motivo non è la polemica o il litigio, ma la mancanza di giustificazioni programmatiche pertinenti.

Vale a dire che di sicuro Berlusconi e Fini sono diversi tra loro. Lo sono per indole, per idee e per sensibilità. Ma non si vede emergere un vero programma di alternativa tra i due per quanto riguarda il futuro. Il tutto si risolve a livello più personale che ideale. E questo è una tragedia per l’immagine di entrambi, trasportati qua e là dai colonnelli e dai maggiorenti.

Non mancano, tuttavia, delle stimolanti e positive possibilità.

La mia valutazione riguarda soprattutto Fini. Perché Berlusconi è stato sempre se stesso fin’ora. E continuerà in tal modo anche domani, nel bene e nel male. Mentre Fini ancora non ha detto a nessuno chi è realmente. L’ex leader di An ha molti talenti. Ha una grande esperienza e una consolidata capacità di leadership. Si attende da lui, però, non un nuovo movimento o una nuova Fondazione, ma uno scatto, uno slancio, un colpo di reni.

La mia opinione personale è che dovrebbe scommettere, oltre che su se stesso, su alcune idee che ha già in dotazione, rinunciando ad altre difficilmente vendibili con successo.

Nel primo caso, mi riferisco principalmente alla politica della cittadinanza e dell’immigrazione. Lì veramente c’è una grande intuizione. Ossia quella di fare del centrodestra italiano una forza conservatrice di tipo riformista, rinunciando alla chiusura reazionaria. La differenza tra un riformatore di destra e un puro conservatore passa appunto dal chiudere le porte o allargare l’identità. Davanti alle novità che i lavoratori migranti pongono, Fini ha mostrato di propendere per la seconda linea. Non polverizzare l’identità nazionale, spappolandola nel colabrodo del relativismo, come fa la sinistra, ma allargare la propria identità nazionale fino ad includere gli attuali stranieri come nuovo elemento del sistema.

Ormai le nazioni moderne non possono avvalersi più soltanto del combustibile proprio. Bisogna introdurre l’ibrido. E in politica l’ibrido è costituito dai migranti, una nuova benzina appunto, perfetta per il rafforzamento della cittadinanza e il risanamento del bilancio pubblico.

Di qui può venir fuori tutta una politica realista e oculata sulla formazione e sull’educazione. Quindi nuovi posti di lavoro. In breve, la spinta propulsiva, il turbo, per una forza post nazionalista di destra moderata. Puntare cioè a far divenire la Repubblica italiana un’identità dinamica, duttile, che si esalta dal confronto col diverso, senza escluderlo per sopravvivere, ma vitalizzandosi per mezzo di esso. Questa è l’arma segreta che solo Fini nel centrodestra può utilizzare efficacemente un domani.

La parte, invece, da abbandonare è il rapporto negativo con il Cristianesimo
. Essere una destra moderna significa avere una visione della religione di tipo laico, non avere una laicità che elude, quando non esclude o abbandona, il valore sociale della religione. Secondo me, Fini deve rivedere il suo laicismo, tornando ad una visione laica come quella che aveva qualche anno fa, cioè non integralista e confessionale ma sensibile al sacro e al religioso.

Se a sinistra la religione è cultura, nel centrodestra la religione è natura, ossia sta al centro della definizione stessa della persona, e quindi della propria identità politica. Non un cristianesimo tradizionale e culturale, ma una religiosità umana di tipo generale, sostenuta come un valore politico che prescinde dalle singole confessioni. Tutte le religioni, infatti, parlano della sacralità della vita, della stabilità dei sentimenti, della libertà come missione responsabile dotata di senso, e così via. Sono la vera luce universale della cultura di centrodestra. Se si abbandona questo riferimento principale, si resta orfani di valori, regalandone l’egemonia agli altri.

In termini concreti, lasciare a Berlusconi il monopolio dei temi eticamente sensibili, vita e aborto in primis, significa regalare alla Lega uno spazio ingiustificato, facendo lo stesso errore del Pd che ha lasciato a Berlusconi tutta la gestione della politica di difesa della vita, della famiglia, e così via. Inoltre, la Chiesa cattolica non vuole avere dei partiti che la sostituiscano nell’evangelizzazione della società. Vuole sapere che la politica ritiene che la religione sia un fatto positivo. Questo è il vero punto di debolezza del Pd, e deve rimanere il punto di forza del Pdl.

Quando, infatti, un politico di sinistra difende la religione deve giustificarsi. Un politico di destra, invece, quando considera la religione un valore, fa solo il suo mestiere. Naturalmente, distinguendosi dal radicalismo e dall’integralismo di chi usa il Cristianesimo come clava per coprire la mancanza di idee politiche.

Contentiamoci per ora, in conclusione, prima che si apra una vera discussione sui temi, di sapere che quello che sta accadendo è che tra i due litiganti solo il terzo gode. E questo terzo è Umberto Bossi. Il che equivale a dire che nel Pdl tra i due litiganti nessuno gode ancora per niente.

Benedetto Ippolito
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