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Lo sviluppo della società e la centralità del lavoro

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Che la questione del lavoro sia il passaggio obbligato nel dibattito politico dei prossimi mesi non è semplicemente un artificio retorico che deriva dall’ormai trascorsa ricorrenza del 1° maggio.

E’ chiaro, infatti, che il lavoro nella vita diretta di ciascuno ha un’incidenza tale che nessuno può esprimere a pieno la propria personalità senza parlare subito del tipo di lavoro e del modo di lavorare che compie.

Un tempo, certamente, la questione del lavoro iscriveva la persona naturalmente nella classe specifica di appartenenza, codificando brutalmente una posizione sociale umile o privilegiata, secondo i casi. E questo presupposto, più ancora della dottrina marxista, ha portato nel ‘900 a vedere nella lotta dei lavoratori e nel movimento operaio i fattori decisivi di progresso della società. I sindacati e le organizzazioni di categoria hanno interpretato a dovere, come un potere enorme, questo bisogno di emancipazione e di rappresentazione collettiva, ritenuto, fino a pochi anni fa, l’unica vera forza di coesione popolare del sistema economico.

Attualmente, come ben sappiamo le cose sono molto cambiate. Con ciò non si vuole negare per nulla le diseguaglianze e le difficoltà che emergono di continuo nel lavoro e dal lavoro. Ma quella stratificata identificazione di classe è un elemento di conservazione che non ha più lo stesso peso di ieri, soprattutto perché non corrisponde più esattamente ai bisogni e alle necessità reali delle nuove generazioni. Il popolo delle partite IVA, ma anche tutta quella molteplicità di professioni emerse con l’espandersi delle nuove tecnologie e dei nuovi modi di concepire il guadagno e l’impiego, sono situazioni talmente sotto gli occhi di tutti da non valer neanche la pena di essere ricordate.

E’ per questa ragione che la riflessione sul lavoro, quando tenta di muoversi su un terreno tradizionale, non sembra più per nulla persuasiva. Demodé appare, nel concreto, quanto scrive oggi su Repubblica Nadia Urbinati. La sua considerazione, in effetti, dopo aver ricordato i presupposti etici di base, si concentra principalmente sul tema della povertà.

Da un lato, la scarsità economica genera vergogna. E, dall’altro, è giudicata la vera provocazione alla società dei consumi. Lo stigma, come lo definisce l’autrice, è conseguenza della difficile convivenza della miseria vissuta con l’eguaglianza confessata come valore. Il rimedio è il riconoscimento reciproco, ovvero la classica appartenenza associativa. Certo, si può convenire che non è possibile mai dissociare lavoro e diritti collettivi, ma la situazione di adesso non si lascia rappresentare per niente da questo schema, proposto peraltro con chiarezza dalla Urbinati.

Più interessante ed energica, forse perché di sensibilità opposta al precedente articolo, è la Lettera al presidente della Repubblica inviata dal ministro Maurizio Sacconi, pubblicata sempre in data odierna dal Messaggero. Egli parte dal presupposto molto importante che sia indispensabile liberare le professioni.

Ciò significa, in continuità con la linea di Marco Biagi, inaugurata e interrotta tragicamente con la sua morte, tentare un aggiornamento forte del concetto di lavoro secondo tre linee essenziali: lotta all’illegalità, lotta al centralismo, lotta all’incompetenza.

La definizione di questa triplice prospettiva sembra puntare efficacemente sulla modernizzazione, passando dal concetto classista di lavoratore a quello più indeterminato e meno rigido dei lavori. Un rilievo importante, invero, ma forse non ancora completo.

L’approdo finale, in effetti, credo debba essere posto con maggiore precisione. Parlare di lavoro è politicamente ragguardevole se si concepisce la dinamica stessa delle diverse operatività in un quadro etico fondato sulla centralità della persona umana. Tale passaggio, che probabilmente è condiviso dallo stesso Sacconi, rivela la necessità di iscrivere il lavoro esplicitamente in una logica di affermazione reale del valore umano effettivo di chi opera professionalmente. E’ doveroso, insomma, abbandonare anche ogni logica falsamente efficientista e ogni velleità liberista.

Il lavoro riguarda non solo individui ma famiglie che devono essere garantite nella loro sussistenza sociale. Un lavoro, infatti, senza crescita demografica è un impegno sterile e inutile. Un lavoro che non ha utilità comune e familiare non ha utilità per niente e per nessuno.

In secondo luogo, non è assolutamente sufficiente affermare la giusta liberazione del principio costitutivo della nostra Repubblica, fondata appunto sul lavoro, senza rimarcare la funzione etica e sociale positiva che il lavorare apporta per tutti, vale a dire per il bene comune.

Farò due esempi.

Il primo riguarda la splendida distinzione tra il lavoro oggettivo e soggettivo. E’ chiaro che l’operatività ha pregio preliminarmente in una dimensione oggettiva. Bisogna conoscere le regole e i criteri formali di una professione per poterla interpretare a pieno. Non ci si può improvvisare professionisti. Ma è altrettanto vero che il lavoro deve rinviare ad un incremento umano di chi lo fa e di chi ne beneficia, altrimenti resta semplicemente una mansione o un’abilità egoista.

Inoltre, la logica delle professioni non può essere rimessa ad un esclusivo disciplinamento ex post. Non è solo il mercato a guidare il lavoro. E la legge non può rincorrere unicamente l’esistente, dandogli legittimità. Anzi, oggi più che mai le istituzioni devono creare lo spazio propulsivo delle nuove professioni, incanalandole nella legalità e producendo uno sviluppo economico tangibile per mezzo del diritto. Di qui l’importanza della riforma fiscale e della riforma dello statuto dei lavoratori.

Lo Stato deve tornare a svolgere, in definitiva, un ruolo ex ante. Ciò significa rimarcare l’importanza di una nuova classificazione dei lavori, basata sul maggiore o minore contributo che è apportato al bene comune, in cui non soltanto la dimensione etica soggettiva, quella che, appunto, si richiama, come si è detto, ad un discorso antropologico, abbia una solida base concreta, ma che pure quella oggettiva, riguardante i nuovi tipi di professioni e i diritti e doveri che vi si accompagnano, sia sostenuta in modo chiaro, propositivo e incisivo.

Non è certo la povertà a generare lavoro, come dice la Urbinati, ma la ricchezza ben impiegata e ben distribuita.

Affinché, tuttavia, l’opulenza diventi mezzo per una società equa e solidale, lo Stato deve affermare i diritti personali e i doveri professionali dei “nuovi lavori”, veicolandoli verso il bene comune e indirizzandoli verso lo sviluppo equilibrato del sistema economico.

La via tracciata dal governo, almeno in queste linee essenziali, costituisce pertanto una solida speranza per il futuro dell’Italia.

Benedetto Ippolito
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