Unione Italiana

L’Italia s’è desta

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La lettura dei giornali, per chi ancora ha il coraggio di farla, è veramente caratterizzata da uno scandalo continuo. Nella mia curiosità di storico, sono andato a consultare le rassegne stampa di vent’anni fa e mi sono accorto, senza rammarico, che in parte è sempre stato così. Vale a dire, che il puntare sul marcio è un obiettivo consueto dei media. Il male, infatti, fa parlare e vendere, mentre il bene annoia perché è normale.

Se, però, si oltrepassa l’apparenza, si può notare la vera grande differenza tra ieri e oggi, una distanza molto preoccupante. Nel nostro tempo non è certo la cronaca nera ad occupare le prime pagine dei giornali e neanche il gossip scandalistico. E’ il vertice della società, è il cuore delle diverse istituzioni, civili e religiose, che viene continuamente travolto dall’onda di piena della melma corruttrice.

Per capire questa neanche tanto sottile diversità, è sufficiente fare una considerazione elementare. Se nel gioco dei poteri economici, politici ed editoriali, la parte meno forte della società diviene preda di campagne giornalistiche feroci, allora evidentemente ci muoviamo nella normalità. Se un singolo politico o un singolo imprenditore è macchiato di infamia, allora siamo nella normalità.

Ma da noi ultimamente non sta avvenendo questo. Veramente, non stiamo vivendo neanche un’ondata moralizzatrice della magistratura, come fu, perlomeno all’inizio, Mani pulite. No.

Il nostro Paese sta attraversando una fase di decadenza e di crisi indifferenziata senza precedenti, perché sia le istituzioni politiche, sia i poteri economici e sia le lobbie editoriali e religiose sono complessivamente e sistematicamente oggetto di una continua delegittimazione.

Il problema, in altri termini, non sono i media, con la loro frenetica bramosia di scoop, ma è la società nel suo insieme, specialmente nei suoi vertici, che vive un processo di deterioramento morale e civile tale da rendere ogni persona, ad ogni livello, ricattabile e iscrivibile al casellario giudiziario.

Certo, in una generale decadenza del sistema, anche i media non sono da meno. Ma lo scontro non è più tra il bene e il male, ma solo tra diverse forme di male in conflitto tra di loro. Non abbiamo una società sana che morbosamente s’interessa di qualche fattaccio. Ma una società malata che si accusa reciprocamente, essendo complessivamente ricattabile. Di qui lo strapotere della Magistratura, la quale, pur non essendo molto diversa dal resto, detiene il potere d’incriminare e di dare immunità. E quando avviene questo, senza rassegnarsi al pessimismo e neanche abbandonarsi allo sconforto, bisogna prenderne atto e lavorare per curare l’organismo fortemente debilitato e demoralizzato.

Anche perché, a ben vedere, quale che sia il settore o l’ambito professionale che si prenda in considerazione, si constata la medesima anomalia e la stessa patologia. Si tratta di un problema culturale a senso unico, legato cioè al modo in cui nel costume di tutti si esprimono le diverse priorità individuali dei valori.

Il vero problema culturale della società odierna è, insomma, l’etica professionale. Con tale espressione io non intendo la massimalista applicazione teorica di un codice formale eguale per tutti e uniforme ovunque, ma esattamente il contrario. E’ quanto mai essenziale cioè che la vera e propria riforma culturale riparta dalla riscoperta del senso e del valore concreto del proprio lavoro individuale per renderci autenticamente persone valide e responsabili.

Nessuno può realisticamente pensare che sia possibile fare il magistrato, fare il giornalista o fare il politico senza ambizioni, senza voglia di affermarsi e senza congrui guadagni. La vera posta in gioco è un’altra. Riguarda le motivazioni ultime per cui si svolge una certa attività professionale, ossia i motivi autentici per cui si decide di occupare buona parte delle proprie risorse umane, delle proprie giornate e in definitiva della propria vita a quella specifica attività.

Il vero nodo culturale non è costituito, infatti, dalla corruzione o dall’illegalità, ma dal tipo di atteggiamento che ogni operatore mette nei rispetti della propria professione, elevata o modesta che sia. Perciò si è autorizzati a sperare in una vera rinascita nazionale, partendo unicamente da questa ripresa profonda del senso che definisce il rapporto tra la persona e il suo lavoro, un legame costituito dalla missione che orienta indistruttibilmente la nostra vita e la nostra libertà.

L’Italia, insomma, ha bisogno di una grande risurrezione culturale, di un vero e proprio risvegliarsi di quelle energie spirituali che non possono fare a meno del lavoro, ma che non sono prodotte soltanto dal lavoro che si fa, benché si esprimano attraverso il proprio impegno professionale.

Nell’agire il fine, infatti, è sempre qualcosa di superiore ai principi. E’ un valore aggiunto che è immesso nel lavoro dalla persona. E in questo caso dovrebbe essere proprio il riqualificarsi delle istituzioni attraverso l’operato virtuoso dei singoli professionisti a dare forza etica alla nostra cultura. Il cammino non è impossibile, ma è ancora lungo, dato che non siamo neanche all’inizio della marcia.

Da questo punto di vista, benché l’Inno nazionale contenga l’esortazione chiara addirittura con un’eccessiva enfasi retorica, bisogna riconoscere che l’Italia non s’è ancora desta per niente.

Benedetto Ippolito
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