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In principio era la fuga dei cervelli all’estero. Poi c’è stata quella delle aziende. Ora è il tempo della fuga dei capitali a Lugano. Il Corriere della sera ci ha informato che il 40% per cento dei residenti luganesi (anticamente detti in dialetto “sbroiabotasc”) non è svizzero. Quando a dare i numeri sono fonti autorevoli, e non qualche matto visionario, il dato (anagrafico in questo caso) si fa importante a livello economico, sociologico, culturale…
Si avverte un Paese che non crede in più in se stesso. E quelli che lo fanno, che credono in se stessi, puntano su loro stessi, appunto, e non sulle potenzialità del proprio Stato… a parte qualche esempio al contrario di chi come Gianfranco Librandi continua ad investire sull’Italia e sugli italiani. Sarebbe più facile per imprenditori come lui delocalizzare ogni attività, ma vuole vincere la sua scommessa, quella di contribuire a difendere e ricostruire il Paese che ama. Questa è la ragione che lo ha spinto a misurarsi nell’agone politico fondando Unione Italiana. Quanto ai “tecnici”, beh si dica che tecnici sono anche i nostri imprenditori virtuosi che producono il made in Italy e lo esportano fuori confine, ma troppo spesso non fanno parte dei “giochi”, li si rilega al di là delle idee … e consiglieri (oggi anche ministri) sono burocrati, diplomatici o alti dirigenti statali, che con tutto il rispetto e l’ammirazione non hanno avuto a che fare con il Pil del Paese e con l’innovazione.
Non si può ghettizzare sotto la parola categoria importanti cervelli che fanno la ricchezza dell’Italia, dargli la parola a qualche convegno (che non incide sulle sorti del Paese) e arrivederci e grazie. Per ora, questi “prigionieri” italiani, li si lascia contribuire solo economicamente alle campagne politiche e servono a sostenere il lavoro ( e non si guardi all’eccezione-guaio Berlusconi che, comunque, per dire la sua è dovuto scendere in campo). Perché non prevedere il contributo di questi all’interno delle scelte, ma quelle vere?
In America Jobs, al di là del suo lato umano più o meno bello, era fonte di ispirazione per i giovani, gli imprenditori, gli studiosi, gli inventori. Non solo ha visto il futuro ma lo ha dettato (eccome!). Tornando alla “salvezza” in Svizzera, che in questo caso è strettamente economica, dobbiamo sottolineare che riguarda solo chi può dimostrare un reddito stabile di almeno 250 mila euro l’anno. Quindi non Si salvi chi puo’, ma Si salva chi può.
Colpa dei politici sicuramente: una casta autoreferenziale, senza idee, visione del futuro, progettualità reale, alla ricerca del proprio bene e non di quello comune. Anche se le responsabilità -come ci insegna la storia- non riguardano mai uno solo, in Italia pendono sicuramente e gravemente da quel lato.
Se stiamo investendo al di là delle Alpi nostrane è perché il nostro Paese ha smesso da anni di dare garanzie, le uniche che ha concesso sono quelle reali, ipoteca e pegno. In primis un governo tecnico ed esperto in materia economico-finanziaria avrebbe dovuto puntare ad eliminare fenomeni come quelli che stiamo descrivendo. La benzina del credito che doveva essere tra i primi punti di Monti fa parte di quelle soluzioni strategiche che chi guarda al futuro (anche al suo personale successo perché no) non può non affrontare.
Se i risparmi vengono avvertiti là come al riparo dalla finanza italiana dobbiamo chiederci se il problema è che gli italiani nascono evasori (ma allora analizziamo anche la causa di questa “malformazione genetica”), o se la nostra finanza non è sostenibile e non sostiene la produttività. A tale riguardo domenica discorrevano due giornalisti su La7, il “rosso” Telese tutto intento a trovare il colpevole -che è sempre in cima alla scala della produttività-, e il “liberale” Porro che si batteva per estirpare il “male” dei controlli serrati. E se la verità fosse in mezzo? Gli evasori vanno colpiti, ma il sistema deve essere oliato diversamente, in modo tale da non sentirsi inceppati dalle divise grigie ad ogni loro intervento. Sarebbero meno invasive nel momento in cui burocrazie e step di verifica venissero meglio regolati.
Oggi con un fisco meno aggressivo, una qualità dei servizi migliori e l’aiuto al credito possiamo fare molto. Se tutto questo succede a quattro passi dall’Italia… perché non noi?
Marta Moriconi
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