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Ha fatto molto discutere, dopo molte settimane di saggio silenzio, la prima uscita pubblica che il viceministro del Lavoro Michel Martone ha fatto a Roma, qualche giorno fa, in occasione della giornata dell’apprendistato della regione Lazio. I media si sono realmente concentrati quasi esclusivamente su quella affermazione un tantino cattiva con cui egli ha concluso il suo breve intervento. Le parole erano pressappoco queste: “Dobbiamo far cominciare a passare messaggi positivi e dire ai nostri giovani che se a 28 anni non sei laureato, sei uno sfigato, e che se decidi a 16 di fare un istituto tecnico professionale, invece, sei bravo”.
Non c’è che dire. Ci vuole coraggio. Poiché sono amico di Martone e lo conosco abbastanza bene so quanto questa sua uscita debba essere contestualizzata per essere capita. Come del resto si deve fare per qualsiasi dichiarazione colorita che sia pronunciata pubblicamente da qualcuno. Senza la circostanza, infatti, manca evidentemente la prospettiva.
Ed è chiaro che un qualche significato può averlo spronare i giovani ad essere migliori, ad investire sul proprio avvenire, sul proprio ruolo nella società, senza lasciarsi condizionare da falsi timori. Dobbiamo scegliere. O si ritiene che la meritocrazia non sia un valore, e allora è bene condannare qualsiasi elogio del privilegio anche meritato. Oppure è necessario accettare ogni logica conseguenza, anche quella che spinge a dichiarare eccellente chi studia di più e fa prima, rispetto a chi, invece, perde tempo a dissipare le risorse naturali e i talenti personali.
Il punto vero è che la politica del lavoro, al pari della società, ha bisogno di modernizzarsi, di riscoprire nuove risorse di libertà, di aprire nuove prospettive, soprattutto quelle che non sono ancora inquadrate all’interno di una razionalizzazione settoriale e statutaria. Il motore è la politica, ossia la convergenza degli interessi individuali in un quadro più vasto, anche se policentrico, in cui il bene comune appaia come una prospettiva che includa veramente l’intera comunità nazionale come meta da raggiungere.
A ciò l’Italia tutta dovrà dare una prova di coraggio, di audacia e di lungimiranza nei prossimi anni. Stiamo entrando in un periodo in cui le risorse e le qualità individuali diverranno particolarmente preziose per la nostra democrazia, non solo perché molto rare ma perché concorrenziali nel mondo. E noi rischiamo di non esserci attrezzati in tempo per selezionarle e crescere al meglio.
La mia considerazione finale non può non ritornare sui cosiddetti “sfigati” di Martone, ossia coloro che perdono tempo e non fanno nulla di rilevante. Ebbene, forse vista in quest’ottica, la sua uscita non è stata tanto sbagliata. Una selezione è comunque necessaria. Se non deve seguire il censo, è improrogabile che parta da chi fa di più. Forse se si operasse in tal modo non vi sarebbe neanche bisogno di affannarsi ogni volta al rientro dei cervelli. Ci terremmo direttamente i bravi a casa nostra.
Benedetto Ippolito
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