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In attesa che tra poche ore (forse già alla pubblicazione dell’articolo) la Corte si esprima ufficialmente sul referendum al Porcellum, cioè sulla legge elettorale Calderoli, ecco che le notizie del vertice italo-tedesco tra Angela Merkel e Mario Monti sono passate quasi inosservate. In fondo perché stupirsi. Ormai è abbastanza chiaro a tutti che il problema finanziario dell’Italia è risolvibile solo in modo competente, saltando la fragile democrazia dei post-partiti. E ormai è lampante pure che siamo davanti a speculazioni economiche che poco hanno a che fare con l’economia reale, con i fatturati delle imprese e con il lavoro, ma che incidono esattamente su fatturati delle imprese e lavoro.
La crisi europea e italiana del 2011-12 passerà alla storia per il suo portato simbolico, tutto avvitato attorno allo Spread e al monetarismo bancario, per carità di importanza non trascurabile. Noi, però, stavamo bene anche prima. Staremo un po’ bene e un po’ male anche domani, più o meno allo stesso modo. Il punito è semmai che l’avvicendamento di Berlusconi con Monti ha risolto un deficit qualitativo della rappresentanza, un punto debole del nostro Paese, che era e resta un problema di apparenza, cioè legato a quello che si vede non a quello che si fa e si è.
Mai come in questa vicenda – mi riferisco al modo positivo con cui Francia e Germania ci guardano e dialogano con il nostro premier – l’elemento essenziale è la credibilità. Ma che significa questa espressione, in realtà?
E’ abbastanza semplice. Berlusconi, diciamocela tutta, era diventato impresentabile: stanco, fiaccato dalle passioni e ormai ricattato dai fatti, prima ancora che dalle persone. Monti, invece, non ha alcun sostegno popolare ed elettorale, è freddino, ma è un ottimo ambasciatore che mette a disposizione di un sistema macroeconomico internazionale di proporzioni tecnocratiche impressionanti la sua appartenenza alle lobbie che dominano il mondo, potendo pertanto far ricucire e riprendere la via della competitività al Paese. Una speranza creduta da Napolitano che dobbiamo sperare sia valida veramente.
Sebbene tutto ciò sia incontestabile, mi pare comunque poco convincente lo stupirsi della tiepidezza dei mercati, i quali sembrano infischiarsene della rinata attendibilità del presidente, lasciando il passo a una poca considerazione della forza del nostro sistema. Marchionne, d’altronde, lo ha spiegato in un’intervista a Skytg24: l’Italia non va perché non piace agli investitori internazionali. Diciamola tutta. Siamo noi italiani a non dare sicurezze e a non dare garanzie.
E in questo Berlusconi era perfettamente democratico, mentre Monti no. La fiducia di quest’ultimo è legittimata dal parlamento, ma egli non corrisponde in nulla agli italiani che governa. Non c’è che dire. Siamo usciti dall’anomalia del berlusconismo per entrare in quella di una democrazia del ribasso. Sembra che i termini del problema stiano così. Tanto più un governo è democratico, ossia sostenuto dal consenso, tanto meno possono esserci qualità, e viceversa.
Ma è proprio necessario una cosa del genere?
La speranza che anima chi come me sostiene Monti, ma pensa la politica più importante della competenza tecnica, è che bisogna accorciare la distanza tra qualità della classe dirigente e realtà degli interessi generali del popolo. Questa operazione la devono compiere i partiti e, in ultimo, i cittadini stessi, non l’Europa o le banche. Mi ha fatto specie rileggere, in questi giorni, uno straordinario documento di storia del diritto pubblico, vale a dire la Costituzione della Repubblica Romana del 1848. Il primo articolo recita, infatti: “La sovranità per diritto eterno è nel popolo”.
Il fatto che non si specifichi altro, non si dica niente di più di questo assioma semplicissimo, me lo rende simpatico, anche se si riferisce ad un capitolo tristemente anticlericale del Risorgimento, con tanto di allontanamento di Pio IX e di spocchia francese.
Ebbene sì, mi piace lo stesso, malgrado tutto, quel principio. La politica, infatti, è comunque e sempre inseparabile dalla democrazia, almeno fino a quando la sovranità non solo appartiene al popolo, ma, in qualche misura, è il popolo stesso nella sua essenza e volontà. Il resto, non incarnando quello che la gente è e vuole, perché dovrebbe contare?
Conviene ricordarlo. Nei cittadini sta l’autorità, non nella tecnica. E il primo a saperlo deve essere il popolo stesso, cambiando la vecchia guardia, e tornando alla politica vera, partecipe, impegnata, esigente. E la politica alla coscienza e all’orgoglio nazionale, di destra e di sinistra.
Benedetto Ippolito
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