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Di tutti i capitoli di legge che il Governo Monti si accinge a varare sicuramente il decreto sulle liberalizzazioni è quello più importante. Più importante per l’economia, più importante per la competitività del mercato, più importante per i cittadini. Nei 44 articoli che riassumono l’impostazione generale compaiono finalmente alcune delle riforme strutturali che si attendevano da anni, forse da decenni, e che è gravissimo che una coalizione di centrodestra, che per altro si è sempre proclamata liberale, non abbia concorso a realizzare.
La prima parte è un pacchetto forte di aperture riguardanti oneri amministrativi per imprese, promozione commerciale, debiti tributari, eccetera. La seconda si concentra, invece, sui consumatori e la terza sui servizi lavorativi. Quest’ultima a me pare la più sostanziosa, intervenendo su tariffe professionali e su distribuzione farmaceutica con massicce dosi di magnanimità. In effetti, il capitolo farmacie rimira una delle lobbie più protette e più garantite la cui protezione lede l’offerta dei prodotti, concentrandone la diffusione a pochi esercizi autorizzati. Gli ultimi capitoli riguardano, poi, carburanti, servizi bancari e assicurativi e trasporti.
Orbene, che commento poter fare. Si vedrà. Conviene non farsi mai grandi illusioni sulla percorribilità di proposte di legge così ambiziose. Almeno fin quando il Parlamento è sovrano sull’esecutivo. Quello che fa il Governo attualmente è solo indicare una via senza vincoli possibili ai deputati e ai senatori; poi il resto non è di sua competenza stretta. Ciò detto anche in un contesto in cui la matrice tecnica della compagine ministeriale autorizza ad attuare quello che la politica solitamente non riesce.
Teniamo conto nondimeno che liberalizzare, in genere, significa rompere le uova nel paniere a interessi corporativi collaudati e ben garantiti. E, come il caso dei taxisti ha dimostrato per l’ennesima volta, è sufficiente l’ostruzionismo ad oltranza e la politica cede strutturalmente davanti al pressing delle associazioni di categorie e all’irriducibilità degli scioperi.
Aspettiamo di vedere come andrà comunque, senza pessimismo. Forse conviene evidenziare, in conclusione un altro fatto importante. Liberalizzare, lo si è detto, va più che bene. Ma liberalizzare, però, non basta. E’ sufficiente e forse perfino troppo per un Governo poco più che balneare com’è quello in carica. Ad affiancarsi a buone liberalizzazioni, come queste paiono realmente essere, ci vuole sempre un progetto industriale, una visione del futuro, uno slancio verso l’avvenire, senza il quale anche una buona riforma resta lettera morta e inevasa speranza.
Ancora una volta si deve constatare, in conclusione, che la politica esce perdente, sia che le liberalizzazioni si facciano e sia che non si facciano. Perché sarà la politica domani a dover pagare lo scotto di chi è contento e di chi non lo è, dovendo riprendere in mano il filo della matassa elettorale per guidare il Paese fuori dalla crisi. Una trasformazione di sistema che non potrà non richiedere, alla fine, una “grande riforma costituzionale” resasi ormai indispensabile.
Benedetto Ippolito
di La sacrosanta responsabilità dei giudici | Unione Italiana, il 4 feb 2012
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