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Meno Articolo 18 e più accesso al credito

6 feb 2012 | da Unione Italiana

Il dibattito politico di questi ultimi giorni sembra essere incentrato quasi esclusivamente sull’Articolo 18, tema importante, certamente, ma non così prioritario in un momento in cui le nostre imprese, per sopravvivere, hanno ben altri e più pressanti e gravi problemi da risolvere. E’ necessario innanzitutto fare chiarezza sull’oggetto del contendere.

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non parla di licenziamenti. Di conseguenza una eventuale modifica di questa normativa non andrà a toccare il sacrosanto diritto di un lavoratore – che nessuno mette in discussione – di non poter essere licenziato se non per giusta causa o giustificato motivo. Modificare l’articolo 18, quindi, non significa “liberalizzare” i licenziamenti, ma molto più semplicemente apportare dei correttivi ad una anomalia esclusivamente italiana che prevede, nel caso in cui un giudice del lavoro dichiari l’illegittimità di un licenziamento, il reintegro “forzoso” in azienda, senza prevedere alcuna opzione alternativa, senza fissare un tetto massimo al risarcimento dovuto dal datore di lavoro e con tempi di giudizio spesso insostenibili.

Il governo ha proposto delle parziali modifiche che riguarderanno alcune categorie di lavoratori che saranno assunti in futuro, che avranno la durata di 4 anni e che saranno confermate solo se sarà dimostrato che avranno favorito la crescita dell’occupazione. Si tratta di una minima proposta che tende a modificare una normativa vecchia, ormai datata , che mal si adatta alle mutate condizioni del mercato del lavoro ed alle attuali esigenze di flessibilità del sistema produttivo. Una proposta che ritengo debba essere discussa ed anche migliorata con serenità e con spirito di collaborazione fra le parti, senza arrivare ad autoritari aut-aut o discussioni violente sicuramente sproporzionate ed eccessive in relazione ad una tematica che, ricordiamo, riguarda i lavoratori di aziende con più di 15 dipendenti, che costituiscono una parte davvero minimale del sistema produttivo italiano.

La mia impressione è perciò che si stia dando troppa enfasi ed importanza a questo tema; non sarà certo una eventuale modifica all’articolo 18 che farà ripartire il nostro sistema economico ed il Governo Monti, più che su questo argomento, dovrebbe concentrarsi sui tanti problemi che assillano quotidianamente le piccole e medie aziende, asse portante del nostro sistema economico, sui lacci e lacciuoli che le soffocano, sulle tante catene che impediscono loro di tornare a crescere ed a creare occupazione.

Serve semplificazione vera, serve concreta sburocratizzazione, serve lealtà e collaborazione nei rapporti fra l’impresa e l’amministrazione fiscale, ma servono soprattutto interventi forti e tangibili che favoriscano l’accesso al credito: la stragrande maggioranza delle piccole medie imprese ha avuto nel corso del 2011 forti difficoltà ad ottenere mutui, finanziamenti e fidi, strumenti irrinunciabili non solo per fare investimenti ed innovazione, ma anche per poter sopravvivere a fronte di crisi di liquidità generate spesso da insostenibili tempi di pagamento di clienti e committenti, primo fra tutti lo Stato, che con il suo braccio armato Equitalia punisce duramente i contribuenti che ritardano anche di un solo giorno un versamento, ma poi paga i suoi fornitori con tempi biblici.

La Banca Centrale Europea ha recentemente immesso nel sistema bancario italiano liquidità per oltre 100 miliardi di euro, chiedendo in cambio un modestissimo tasso di interesse dell’ 1 per cento. E’ così assurdo chiedere che il Governo Monti si attivi affinché questi fondi vengano utilizzati anche e soprattutto per finanziare il sistema produttivo e non solo l’acquisto da parte delle stesse banche di titoli di stato o di obbligazioni proprie? E’ così impensabile che il Governo Monti faccia un po’ la voce grossa con il sistema bancario italiano affinché la liquidità immessa nel sistema arrivi finalmente a sostenere le famiglie e le imprese, senza tassi di interesse esorbitanti o richieste di garanzie esagerate? O forse devo pensare che avessero ragione i saggi latini, quando dicevano che canem canis non est?

Gianfranco Librandi

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